L'Inter, il gatto di Schrödinger, Inzaghi esonerato anzi no. Quando è l'Europa che te lo chiede
I processi e i faccia a faccia il giorno dopo il campionato. Gli applausi e le esultanze quando ci si sveglia dopo la Champions. È l’unico filo conduttore nella altrimenti inspiegabile stagione dell’Inter, una squadra capace di passare con disinvoltura da sei partite senza vittorie all'impresa del Da Luz, che la proietta verso la semifinale della competizione più prestigiosa d’Europa. Ai nerazzurri manca equilibrio, da qualsiasi prospettiva si guardi la questione: nei risultati e, per carità, anche nei commenti alla stagione della squadra, a partire da tutto quello che riguarda Simone Inzaghi. Un inevitabile catalizzatore che, a sua volta, passa di partita in partita da parafulmine a fautore della più entusiasmante campagna continentale dai tempi del Triplete.
E se il segreto fosse non avere equilibrio? È come se la palla italiana pesasse in maniera diversa da quella europea. Tra le mille possibili spiegazioni, nessuna davvero convincente per una squadra che a seconda del palcoscenico si trasforma nella brutta - o nella bella, quale sia la vera nessuno l'ha capito - copia di sé stessa, c’è quella del tempo. Che scorre in maniera diversa: campionato ne hai troppo, inconsciamente sei sempre convinto di poter rimediare a eventuali passi falsi. E pesano pure, i secondi, in altro modo nella fretta di tracciare bilanci: in Italia tutti si aspettavano qualcosa che evidentemente l’Inter non darà a fine stagione. In Champions, il tempo fugge: se sbagli sei fuori e tanti saluti. Non poterselo permettere, alle volte, basta a impedire di sbagliare. Quanto alle aspettative, ad agosto nessuno avrebbe preteso un percorso di questo tipo. Si obietterà: nell’ottica di un progetto futuro, le fragilità intrinseche a tutto questo lasciano parecchie perplessità. Nell’immediato, una volta tanto, a Milano ci sarà qualcuno che risponderà: chi se ne frega.
Sospendere il giudizio. Stoicamente, è l’unica soluzione possibile fino al termine della stagione. Accettare che l’Inter di questa stagione è una specie di ottovolante, che spaventa e che diverte, con la costante sensazione di andare sbattere e magari poi non succede. Un season finale non è ancora scritto, per nessuno dei protagonisti, a partire dallo stesso allenatore. Un giorno è esonerato a fine stagione, l’altro licenziato in tronco, quello dopo portato in trionfo sulle prime pagine. Dopo le sconfitte incassa le critiche, dopo le vittorie tira fuori i sassolini. Se le prime a volte suonano eccessive, i secondi non centrano sempre il punto. Per dirne una, quando Inzaghi riflette che tre cambi, con un altro risultato, avrebbero generato giudizi molto diversi, non può dimenticare che il giochino abbia vincere come scopo finale. Allo stesso modo, chi mette in fila Barcellona, Porto e il Benfica aspettando il ritorno non può essere considerato l'ultimo scappato di casa. È come se l'Inter fosse il gatto di Schrödinger: una grande squadra e un'armata brancaleone allo stesso tempo, lo scopri quando apri la scatola. Con una variabile non prevista dall'esperimento: quando è l'Europa che glielo chiede, risponde presente. Prossimo appuntamento di questa pazza annata, San Siro. Contro l'italianissimo Monza, per il Benfica c'è tempo.
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