Lorenzo Paramatti racconta la guerra in Israele: "Vedevo missili sopra la mia testa"
"Dal mio ventiduesimo piano vedevo i missili intercettati dallo scudo di Israele". A dirlo è Lorenzo Paramatti, difensore di scuola Bologna e Inter nonché figlio d'arte, che ha vissuto gli ultimi mesi con lo spettro della guerra a Tel Aviv, giocando per il Maccabi Petah Tikva dopo tre anni al Craiova. "La situazione non era facile, meglio non trovarsi in certe dinamiche".
Come mai aveva scelto questo club?
"Mi era arrivata questa proposta dal Tel Aviv, l'opportunità di giocare nel Maccabi Petah Tikva. Mi incuriosiva e per questo ho deciso di lasciare la Romania per quest'avventura. Avevo diverse offerte da tanti paesi d'Europa".
Come mai ha lasciato la Romania?
"Perché avevo iniziato il quarto anno, sentivo il bisogno di una esperienza nuova. Tel Aviv è una città stupenda, un posto bellissimo, con condizioni perfette, ma nessuno si sarebbe mai aspettato questa guerra. C'era questo equilibrio esistente da anni e anni. Poi mi volevo confrontare con un nuovo campionato, con squadre forti come Maccabi Haifa e Maccabi Tel Aviv".
Come è andato il primo periodo?
"Mi sono trovato molto bene, anche perché tutti i ragazzi della squadra parlavano inglese, lo staff e la società sono familiari, il club è piccolo e tutti mi hanno accolto bene, mi hanno aiutato a integrarmi. Il fisioterapista parlava italiano. In Romania la lingua è simile, in Israele è totalmente diversa, anche la stessa cultura alimentare e le abitudini".
Andiamo al sette di ottobre, giorno in cui inizia la guerra.
"Io mi ricordo ancora che il 6 sera stavo guardando Italia-Francia di rugby, dei Mondiali, in quel momento tutto era tranquillo. Israele non è un paese grande, quindi non cenavamo con la squadra, né dormivamo in ritiro prima di una partita, né in casa né fuori. La trasferta più lontana è al massimo di due ore. Dopo la partita sono andato a dormire tranquillamente, alle 7.30 ho sentito il telefono vibrare, oltre al rumore della sirena. Pensavo fosse il centro commerciale di fronte a casa mia, nonostante fosse sabato mattina e per gli israeliani corrisponda allo Shabbat, il giorno di festa, tutto è completamente chiuso".
Non era il centro commerciale.
"Ho sentito questi msg ed erano i miei compagni, il direttore sportivo, il team manager, sia direttamente che nel gruppo dicevano "state tranquilli, rimanete chiusi in casa, la situazione è critica". Non sapevo cosa fare, nemmeno cosa fosse successo. Quando sono arrivato lì mi avevano detto "ogni tanto potrebbe succedere che vengano intercettati dei missili tramite lo scudo aereo, ma finisce lì". Invece il gruppo terroristico di Hamas era entrato in Israele e aveva ucciso un sacco di persone. Il campionato è stato sospeso, l'ordine era di rimanere chiusi in casa perché c'erano dei terroristi in giro per il paese. Anche se per loro la situazione era nuova, pericolosa, ci dicevano di stare tranquilli e in caso ci fosse il rumore delle sirene di andare nei bunker".
Quali emozioni c'erano?
"È stato inaspettato, all'inizio non è paura, non sai nemmeno di cosa si tratta, ma durante il giorno il continuo ripetersi di allarmi... aprivo le finestre e vedevo i missili intercettati con esplosioni nel cielo. È stata una cosa assurda, li sentivi come fosse il rumore di un aereo, non erano molto lontani. Poi ci hanno fatto scaricare un'applicazione che ci diceva dove venivano lanciati i missili, tramite un loro sistema di difesa. Più passava il tempo e più l'ansia saliva, fino a quando le notizie sono arrivate in Europa: la mia ragazza, la mia famiglia e i miei amici erano preoccupati, io ho iniziato ad avere paura, i bombardamenti e le esplosioni erano sempre più frequenti".
Lei dove abitava?
"Vicino al secondo ospedale più grande d'Israele. Era un continuo via vai di elicotteri che portavano militari feriti, gente morta... Vedevo tutto".
Come ha fatto ad andare via il giorno dopo?
"La società ha chiesto a noi stranieri se volevamo lasciare il paese. L'otto ottobre siamo andati via, il club ci ha dato una grande mano perché su 100 aerei 80 erano stati cancellati. Sono riusciti comunque a farci partire, mentre l'ambasciata ce lo ha chiesto due giorni dopo: volevano organizzare degli aerei militari su Verona, quando hanno saputo che ero già a casa sono rimasti stupiti e mi hanno chiesto come avessi fatto. C'erano pochi posti per l'Italia, di lì a poco sarebbe stato impossibile prendere voli a prezzi normali. Ancora oggi solo le compagnie israeliane volano lì, Ryanair li sta posticipando di mese in mese, hanno paura. Alcuni ragazzi non avevano il passaporto europeo e quindi sono dovuti rimanere lì".
Cos'ha fatto quando è tornato in Italia?
"Sono rimasto a Rimini ad allenarmi da solo fino all'1 dicembre, dall'8 ottobre. Mi avevano mandato un programma, venivamo monitorati a distanza. Il 2 dicembre è ripreso il campionato, fino a quel momento ci hanno lasciato a casa a causa dell'instabilità nel territorio. Qualche straniero è rientrato due settimane prima di iniziare, io e altri europei avevamo paura e siamo tornati il giorno prima. Ero in contatto con alcuni ragazzi, come Omeonga (ex Genoa e Avellino, ndr) e avevamo timore, siamo stati gli ultimi a tornare perché la pressione dei familiari era alta. All'inizio si giocava a porte chiuse, poi con cinque mila persone, poi dieci, ora quindici... Tantissimi stranieri hanno risolto e cambiato squadra. Io non ho avuto questa possibilità".
Perché?
"Avevo già giocato in due club nel corso della stagione. Abbiamo provato a parlare con la FIFA per un terzo trasferimento in deroga, ma ci è stato detto che dal momento che la Federazione aveva deciso di far ripartire il campionato loro avevano le mani legate, che c'erano delle regole. Fossi stato Ibrahimovic o altri... Però le partite della UEFA le organizzano fuori da Israele, come Europa o Conference che hanno giocato a Cipro o in Serbia. I campionati europei di pallanuoto che si dovevano svolgere a Nethanya sono stati cancellati. Insomma, per UEFA e FIFA non si è mai ripreso a giocare in Israele. Solo per la Federazione, per motivi economici, nonostante non ci sia la normalità".
Che situazione c'è?
"Gli israeliani hanno paura, ci sono stati attacchi terroristici a dieci km da casa mia. Due fratelli hanno rubato due macchine per investire undici persone. Poi avevi quest'applicazione che ogni tanto suonava, ogni due per tre si vociferava che al nord, al confine con il Libano, potesse succedere di tutto con Hezbollah, giravi per la città e vedevi gente armata con il fucile e il mitra, non solo militari ma anche civili. Per una questione di sicurezza".
Un aneddoto?
"Un giorno stavo facendo un messaggio con il fisioterapista e mi sono accorto di una sporgenza della sua maglia. Aveva una pistola. Il nostro match analyst ha fatto un mese dentro Gaza, al suo gruppo è stato concesso il riposo ed è venuto vestito da militare con il fucile e il mitra. Un conto è vedere certe immagini in televisione, l'altro in prima persona. Da Tel Aviv a Gaza ci sono 80 km, in lontananza si scorgeva il fumo... I missili li vedevi sopra la tua testa. Poi ogni casa ha un bunker, ma che vita è? Poi non è una situazione facile perché la famiglia, la ragazza, tutti sono in ansia, giustamente. Sfido chiunque ad aver un parente in mezzo alla guerra e a stare tranquillo".
Ora cosa sta succedendo?
"Negli ultimi giorni la situazione era, bene o male, pseudo tranquilla. La guerra è sul fronte, dentro Gaza e al nord con Libano. Ogni tanto suonavano le sirene, non è come si vede in televisione, ma la vita era pesante. Gli stessi israeliani mi dicevano che fanno fatica a mandare le famiglie nei centri commerciali, a fare una vita spensierata. Ovunque vai ci sono le gigantografie dei rapiti da Hamas e la cosa ti mette ansia. Poi è pieno di manifestazioni, a Tel Aviv. Parlando anche con i vicini di casa sperano che finisca presto, perché la situazione è critica. Non sai come finirà il tutto, perché ci sono paesi come Iran, Libano pronti ad attaccare se Israele non si dovesse fermare. La vedo dura, il 7 ottobre di quest'anno è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il campionato prosegue ma tantissimi stranieri sono andati via, gli israeliani sono cresciuti in quel contesto, è una guerra che si sentono loro. Io purtroppo non avendo la possibilità del terzo trasferimento ho preferito venire a casa, salvare la mia vita, fare stare tranquille la ragazza ma anche mia nonna che quasi piangeva ogni volta al telefono".
Parlando di calcio...
"Prima di prendere la decisione di risolvere ho sempre giocato. Quando sono rientrato, hanno parlato con noi stranieri, abbiamo risposto che volevamo valutare perché per noi non è facile, soprattutto per i nostri parenti. Nessuno è mai venuto a trovarmi, avevano già preso i biglietti, ma con la guerra è pericoloso. Fino a quando sono riuscito a stare tranquillo e pensare al campo - già non era facile - ho giocato. Ho fatto otto partite. Poi ho chiesto espressamente di potere andare via sia per la pressione della famiglia, sia perché non ero più tranquillo nonostante il campionato continuasse. Sfido chiunque a pensare solo al pallone: facevi campo-casa casa-campo, evitavi di andare nei luoghi dove c'era tanta gente. Prima andavo in giro spensierato, da quando sono tornato non ho più fatto nulla. Con la società abbiamo trovato un compromesso, non ho più giocato le ultime, mi han lasciato venire via, nonostante non potessi più firmare con nessuno. Ho preferito mettere in salvo la mia salute, ritrovandomi svincolato fino a giugno".
Ritorniamo alla FIFA, insomma.
"Loro non potevano intervenire, così hanno detto, non potevano concedermi il terzo trasferimento in deroga, nonostante la guerra: o stavo lì oppure risolvevo rimanendo svincolato. Non è una grossa tutela, perché non puoi scegliere fra perdere il lavoro o rimanere dentro una guerra, è una cosa alquanto contradditoria. Giocare all'estero è un'esperienza di vita e capisco di non cambiare se non ti trovi bene, ma qui stiamo parlando di bombe, sono morte persone, ci sono stati dei rapiti nelle mani di un gruppo terroristico. Vedi i missili, non parliamo di cavolate".
Potrebbe cercare in un campionato che segue l'anno solare...
"Non è facile, siamo quasi a marzo ed è difficile andare in certi contesti, deve piacerti e invogliarti, di per sé è complicato giocare all'estero. Sei lontano dai tuoi cari, dalla ragazza, dalla famiglia. In più deve verificarsi l'insieme delle opportunità: una squadra che ti vuole, che ti soddisfa a livello economico, a livello di vita. In Romania mi sono trovato benissimo calcisticamente. I tifosi mi scrivono di tornare l'anno prossimo, tutti quanti ti riconoscono quando sei all'aeroporto e li incroci. È molto bello perché sai di avere lasciato qualcosa di importante, solo che avevo bisogno di un'esperienza nuova. Ho giocato dodici partite tutte da titolare, ma con la guerra non potevo continuare così".
E l'anno prossimo?
"Non nego che mi piacerebbe potere tornare in Italia e rimanerci, perché l'esperienza all'estero è bellissima, ma dopo cinque anni sportivi - avevo fatto un altro mezzo anno al Timisoara - mi piacerebbe rimanere qui e dimostrare il mio valore. Penso che comunque in questi anni ho messo grande esperienza, ho giocato in Serie A, ho vinto un campionato, mi sono confrontato contro squadre importanti. Abbiamo vinto contro il Maccabi Haifa che ha vinto contro la Juventus in Champions League. Ho giocato nella stessa squadra di Papadopoulos, difensore che ha giocato nel Bayer Leverkusen e segnato contro il Barça al Camp Nou. Penso di essere cresciuto tanto e di avere una forte esperienza data dall'età, 29 anni. Di essere un giocatore importante e fisicamente sto benissimo".
È un auspicio?
"So che andrò incontro a qualche mese da svincolato, però quello non mi preoccupa perché mi alleno e, in attesa della chiamata giusta, posso firmare già da domani. Se qualcuno in Italia domani volesse chiamarmi e ci fosse un bel progetto sono pronto a prenderlo in considerazione, potrei allenarmi già da adesso per qualche mese con chiunque".






