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La storia di Catello Mari, il benefattore silenzioso

La storia di Catello Mari, il benefattore silenzioso
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Redazione TMW
Oggi alle 06:12Altre Notizie
Catello Mari nasce a Castellammare di Stabia (NA) il 5 luglio 1978, da Peppe e Maria, era un calciatore della Cavese. La sera di Pasqua del 16 aprile 2006, a soli 28 anni, perse la vita in un incidente stradale causato da un colpo di sonno

Il confine tra la gloria sportiva e il mito eterno si è consumato all'alba del 16 aprile 2006, lungo l'asfalto bagnato che porta a Castellammare di Stabia. Poche ore prima, la Cavese aveva conquistato una storica promozione in Serie C1 battendo il Sassuolo
Il difensore e pilastro della squadra, Catello Mari, per tutti "Il Leone", moriva a soli 28 anni in un terribile incidente stradale causato da un colpo di sonno. Ma è ciò che è accaduto subito dopo la sua morte ad aver svelato la vera grandezza dell'uomo, trasformando una tragedia sportiva in una delle pagine più commoventi di solidarietà silenziosa mai raccontate.

Il mistero delle quattro del mattino

La notte della sepoltura di Catello, sotto una pioggia battente, Giuseppe Mari (ufficiale dei Carabinieri e padre del calciatore) si recò al cimitero in stato di shock. All'ingresso, nel buio più profondo delle quattro del mattino, scorse un'ombra.
Era un giovane uomo, inzuppato d'acqua, intento a stendere faticosamente un telo di plastica sopra la terra fresca della tomba appena scavata.
Alla domanda del padre, sospettoso e addolorato, sul perché si trovasse lì a quell'ora, lo sconosciuto rispose con le lacrime agli occhi: «Sono un tifoso. Sono venuto a mettere questo telo per non far bagnare Catello»

La doppia vita: la spesa ai disoccupati

Quella risposta, apparentemente irrazionale, nascondeva il segreto più prezioso del difensore della Cavese. Messo alle strette dal padre, il ragazzo spiegò il reale motivo di quel gesto di devozione assoluta:
«Comandante, lei non sa... Io sono sposato, ho un bambino piccolo e non ho un lavoro. Ogni singolo mese, suo figlio Catello mi faceva la spesa di tasca sua, spendendo anche 300 euro alla volta. Aveva preso a cuore la mia famiglia, voleva aiutarci a sopravvivere, ma mi aveva giurato di non dirlo mai a nessuno»

Il "Leone" che ringhiava sul campo da gioco, che bloccava gli attaccanti avversari con tackle decisi e carisma da leader, fuori dagli stadi si spogliava della notorietà.
Catello Mari spendeva parte del suo stipendio da calciatore professionista per riempire i frigoriferi delle famiglie indigenti, per sostenere anziani soli e aiutare chi era scivolato ai margini della società.

Il paradosso di un eroe discreto

Tutto questo avveniva rigorosamente lontano dai riflettori, dai social e dai comunicati stampa.
Nemmeno i genitori o i compagni di squadra più stretti erano a conoscenza di questa rete invisibile di beneficenza.
Come dichiarato successivamente dallo stesso padre in un'intervista a Metropolis Web:
«Ho conosciuto poco mio figlio in vita. Lo sto conoscendo veramente solo adesso, attraverso i racconti della povera gente».

L'eredità del Leone

A vent'anni da quella maledetta alba di Pasqua, il nome di Catello Mari non è sbiadito.
Se il calcio lo ricorda attraverso l'intitolazione della Curva Sud dello stadio di Cava de' Tirreni e il ritiro della maglia numero 6, la cronaca della vita vera lo consegna alla storia come un raro esempio di umanità.
Catello Mari non è stato soltanto un campione capace di attirare le attenzioni di club di Serie A.
È stato, soprattutto, l'uomo che comprava il pane per chi non lo aveva, dimostrando che il valore più grande di un atleta si misura quando le luci dei riflettori si spengono

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