Cuore, record e barricate: il trionfo sporco dell'Atalanta esalta la leggenda di de Roon
La notte magica dell'Atalanta si consuma tra le mura amiche della New Balance Arena, dove il sudore della ruvida battaglia si mescola alle lacrime di gioia per un pezzo di storia scolpito per sempre nella roccia. La vittoria sofferta e muscolare contro il Verona non porta in dote soltanto tre punti d'oro per la rincorsa europea, ma consacra definitivamente l'immortalità sportiva del suo inossidabile capitano, in una serata dalle mille sfaccettature tattiche ed emotive che ha restituito alla squadra le proprie granitiche certezze casalinghe.
LA STAFFETTA DELLA LEGGENDA - L'atmosfera si è surriscaldata fin dalle fasi di riscaldamento sulle inattese note di «Jeeg robot d’acciaio», cogliendo di sorpresa un pubblico che si è poi sciolto in un tributo totale. All'ingresso delle squadre, la Curva Sud ha omaggiato il suo condottiero con il profondo striscione «Prima uomini, poi campioni», preludio perfetto alla standing ovation da brividi arrivata al momento della sostituzione. L'apoteosi si è consumata al fischio finale: la meritata passerella tra i compagni schierati, l'abbraccio delle tre figlie e il simbolico scambio di maglie con l'ex primatista Gianpaolo Bellini. Un vero e proprio passaggio di consegne, immortalato in uno scatto che ha visto Marten de Roon posare con la casacca numero 436 al fianco dello stesso Bellini e dei vertici societari Antonio Percassi e Luca Percassi. Una foto che racchiude, di fatto, l'anima più profonda e i segreti di questo club.
IL DUELLO CON IL VICHINGO - Sul rettangolo verde non sono mancati gli incroci rusticani, a partire dalla titanica sfida che ha visto protagonista Nikola Krstovic. Il coraggioso attaccante si è trovato a fronteggiare Andrias Edmundsson, un gigantesco difensore faroese dalle chiare sembianze vichinghe, atterrato a gennaio per blindare la retroguardia scaligera. Di fronte a un vero e proprio armadio di 193 centimetri, il centravanti montenegrino ha intelligentemente evitato lo scontro fisico frontale e prolungato, optando per un logorante lavoro fatto di movimenti a eludere la marcatura diretta. Pur incappando in qualche errore tecnico nella gestione della palla, la sua encomiabile abnegazione e la sua inesauribile foga agonistica si sono rivelate ancora una volta preziose per fiaccare la resistenza ospite.
PRAGMATISMO E PALLONATE - Il match ha vissuto anche fasi di pura trincea calcistica – come analizza Pietro Serina nel suo consueto editoriale sul Corriere di Bergamo – caratterizzate da lunghi e caotici minuti di campanili, continui colpi di testa e rilanci sbilenchi, rievocando lo spirito verace delle sfide all'oratorio. È in questi concitati frangenti che è emerso lo spiccato pragmatismo di Raffaele Palladino. Avvertita la pericolosa pressione avversaria a caccia del pareggio, l'allenatore non ha esitato a rinunciare all'estetica per innalzare le barricate: dentro Isak Hien per Sead Kolasinac (con Berat Djimsiti dirottato sulla corsia mancina) e Yunus Musah a rilevare Charles De Ketelaere, alzando Mario Pasalic sulla trequarti. Scelte lucide e ponderate, partorite dopo un fitto e prolungato conciliabolo a bordocampo con i fidati collaboratori Andrea Citterio e Federico Peluso.
IL FORTINO INESPUGNABILE - I nudi e crudi numeri certificano in maniera insindacabile la bontà del percorso casalingo nerazzurro. Sotto l'attuale guida tecnica, la squadra ha trasformato il proprio stadio in un inespugnabile bunker, rastrellando l'incredibile bottino di venticinque punti sui trenta disponibili, frutto di otto affermazioni, un pareggio e un solo passo falso. Nessuno in Serie A ha saputo tenere un simile ritmo nello stesso arco temporale. Questo prezioso uno a zero spezza di colpo un preoccupante digiuno di successi lungo sei partite e riconsegna finalmente una porta inviolata dopo nove turni di astinenza, vendicando peraltro lo sfortunato scivolone patito all'andata contro i veneti.
Il cinismo mostrato in questa complicata domenica dimostra che la Dea sa indossare l'elmetto della trincea quando le circostanze lo impongono, serrando i ranghi per alimentare sogni di grandezza che passano obbligatoriamente dal cementare il fattore campo.
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