L’urlo della Juve, l’errore di Commisso, il piano presente e futuro dell’Inter, gli “avvoltoi” su Brozovic, l’esigenza imprescindibile del Milan. E un quesito: chi resta fuori dalla Champions?
Sono successe alcune cose. Anzi, qualche miliardo. Alcuni fessi dicevano “a gennaio non accade mai nulla, fidatevi” e quei fessi sono io. È venuto giù il mercato, nel senso buono, perché ci siamo divertiti o incazzati parecchio, perché il “compra/vendi” ha tappato il vuoto della sosta per la Nazionale (senza Nazionale) più dello stucchevole “Romanzo Quirinale”, perché Sanremo é Sanremo ma inizia stasera, quello. E c’è a chi non piace, ci mancherebbe.
Il mercato di riparazione è infine diventato il mercato della ricostruzione e del perfezionamento, si è trasformato in una sorta di pre-mercato estivo, o forse ancor più in un mercato del tipo “facciamo cose prima che la concorrenza ci fotta sul tempo e prima che il Palazzo decida di tornare a dare un senso al fairplay finanziario” (se mai ne ha avuto uno).
Ecco, per dire, la Juve. La Juve di Arrivabene che “bisogna stare attenti, bisogna guardare i centesimi, bisogna…” e di Allegri che “la Rosa resta questa” (insomma, ci hanno fregato) ha fatto qualcosa di straordinario, ha mostrato i muscoli, ha dato un segnale molto chiaro, una cosa del tipo “avete presente il lassismo operativo e programmatico delle ultime stagioni? Ecco, scordatevelo”.
Vlahovic non è una scommessa, è una certezza, anche solo per i suoi freschissimi 22 anni. Il qui presente diffida spesso degli acquisti multimilionari con ingaggi e commissioni pompatissime, ma capisce anche che esistono eccezioni per cui “ne vale la pena”. Vlahovic vale il rischio, anche solo perché sposta l’asticella del “andare in Champions sarà dura” al livello “ora sarà dura per gli altri”. E Zakaria completa l’opera. E Gatti per il futuro è un altro bel segnale. E Bentancur e Kulusevski fuori per 60 milioni complessivi sono una mano santa per i bianconeri e semmai un rischio per chi se li è portati a Londra (Paratici). Parliamoci chiaro: i due sono giovani e hanno tutta la possibilità di fare una gran carriera, ma se dopo un paio di stagioni così-così (eufemismo) un dirigente non riesce a strappare prezzi al ribasso, allora significa che sicuramente è bravo a scovare talenti, ma pochissimo a trattarli.
Ecco, la Juve che risorge da un punto di “operativo” e lo fa nella prima stagione post-Paratici, offre agli osservatori la possibilità di capire quale fosse il suo limite maggiore nelle ultime stagioni.
Dicevamo, Vlahovic. Ha lasciato Firenze e c’era poco da fare: il calcio attualmente è questa cosa qui, se uno vuole andare, va (bah). Commisso cosa poteva fare? La guerra? Uno sciocco braccio di ferro per dire “io ce l’ho più lungo di te e ti tengo qui fino a scadenza”? Questa roba qui sarebbe costata un sacco di milioni e tantissime energie. No, Commisso ha fatto benissimo a incassare il malloppo (corposo) e, a sensazione, lo ha già reinvestito piuttosto bene (Cabral ci pare una gran pescata), solo che il problema non è “cosa ha fatto Commisso”, semmai “come è arrivato a fare quello che ha fatto”. Se tu per mesi ti auto-proclami il William Wallace del Pallone, quello che “vi conduco io alla libertà!”, quello che “bla bla bla!”, ma poi, alla prova dei fatti, ti dimostri pulcino del genere “pio pio”, allora non puoi pretendere che la tua gente capisca, né che chi ti aveva dato credito (“ammazza, questo vuol fare la rivoluzione!”) ora non ti tiri per le orecchie.
La Fiorentina non esce ridimensionata dal mercato, in fondo ha fatto tante cose e Italiano è tecnico in grado di far fruttare il tutto, ma il suo proprietario un po’ sì. Ecco, quantomeno eviti di spiegare al mondo come deve cambiare il calcio italiano se poi è il primo a mantenerlo sugli stessi binari.
E l’Inter. Francamente era difficile pensare a questa cosa qui: il tecnico dei nerazzurri ha due esigenze, le manifesta, la proprietà interviene e le risolve. Cioè, non solo hanno sistemato numericamente quel che andava sistemato, ma sono riusciti a farlo anche da un punto di vista prettamente qualitativo. Caicedo in prestito per 5 mesi è la toppa perfetta, un giocatore d’esperienza che l’allenatore conosce come le sue tasche. Gosens, almeno per il sottoscritto, un colpo imprevedibile. Cioè, che fosse la prima scelta dei dirigenti dall’estate passata questo era chiaro, che potesse arrivare in questo momento e a queste condizioni, non lo poteva immaginare neppure il Dio del mercato Pedullarzio, essere mitologico metà Pedullà e metà Di Marzio. E invece eccolo qua.
C’è chi dice: “Ma come fa l’Inter a permettersi 22+3 milioni di investimento se non c’ha una lira?”. Semplice, fa di conto. In soldoni: a fine mercato estivo, il prossimo 31 agosto, nessun “meno” sarà apposto davanti alla voce “entrate/uscite”, questo è abbastanza certo così come è certo che il monte ingaggi sarà ridotto. Tutto ciò significa “sicuro indebolimento della rosa”? Solo se non vi fidate di Marotta e Ausilio, due che - piaccia o non piaccia - hanno dimostrato di avere idee chiarissime. E allora ricapitoliamo: Gosens è arrivato, Sensi è andato in prestito, Caicedo resterà 5 mesi e stop, Frattesi e Scamacca sono due opzioni piuttosto concrete per il prossimo futuro (ma in attacco occhio alle sorprese), in difesa DeVrij potrebbe lasciare posto a un alter ego più giovane. Molti pensano a Bremer e ci può stare, ma anche in questo caso attenzione alle alternative.
Chiudiamo con “Brozovic e indiscrezioni venute a galla”: il ragazzo aveva la possibilità di andare a Barcellona, gli hanno offerto 8 milioni; il suo ex allenatore, invece, se lo sarebbe portato volentieri al Tottenham. Ci sta, in fondo stiamo parlando di uno che sbaglia quasi mai. Lui ha scelto di restare, il suo entourage sta trattando i dettagli (non finiscono mai…) e si attende solo l’annuncio. Ecco, questo in casa nerazzurra è certamente il colpo più importante.
E il Milan. Molti rompono le balle al Milan perché non ha risposto ai colpi degli altri. Anzi, no, chissenefrega dei colpi degli altri, semplicemente non ha dato a Pioli il supporto necessario per non avere rimpianti (anche solo un difensore). Ci sta, i rossoneri non volevano un giocatore “tanto per”, non sono riusciti a chiudere per Botman a gennaio e, quindi, arrivederci. Renato Sanches? Anche in quel caso serviva più tempo. E quindi sì, è vero, la legge del risparmio ad ogni costo è faticosa da comprendere, ma certamente ammirevole. Soprattuto, Maldini e soci hanno accumulato crediti a dismisura: se il Milan è lassù da due stagioni un motivo ci sarà.
Poi è giusto dire le cose come stanno: la, definiamola “strategia dei talenti” funziona, ma almeno là davanti serve una certezza. Per vincere le competizioni è necessario disporre di numeri 9 capaci di garantire 20 e più gol. Ibra è uno di questi, ma il suo fisico lo limita e non potrebbe essere altrimenti. Al Milan, l’anno prossimo, serve un attaccante che dia garanzie e non solo speranze. E con questo anche oggi abbiamo scoperto l’acqua calda.
Fine della rumba, il sottoscritto vi saluta da Sanremo e vi lascia con un interrogativo senza risposta: se la Juve con Vlahovic mette una seria opzione su uno dei primi quattro posti, chi scende - se scende - dalla barca Champions? Mistero (cit. Ruggeri).






