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Caso Khalaili, il prof. Zeppilli: "In Italia norme stringenti, all'estero decide il calciatore"

Caso Khalaili, il prof. Zeppilli: "In Italia norme stringenti, all'estero decide il calciatore"
© foto di Federico Serra
Alessandra Stefanelli
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Alessandra Stefanelli
Oggi alle 11:15Serie A

L'attesa dell'Inter per il via libera ad Anan Khalaili ha riacceso il dibattito sui protocolli italiani per il rilascio dell'idoneità sportiva. Come ricorda La Gazzetta dello Sport, il sistema italiano è tra i più severi al mondo e prevede controlli molto più approfonditi rispetto a quelli adottati in altri campionati.

In caso di parametri ritenuti meritevoli di ulteriori verifiche, il percorso diagnostico viene approfondito prima di concedere l'idoneità definitiva. È proprio quanto sta accadendo all'esterno israeliano, che nei prossimi giorni completerà nuovi accertamenti richiesti dal CONI.

Zeppilli: "La legge tutela prima di tutto la salute"

A spiegare il funzionamento del sistema è Paolo Zeppilli, già professore ordinario di Medicina dello Sport e attuale cardiologo dello sport della FIGC.

"Un club di Serie A è tenuto a rispettare le leggi italiane. Dal 1982 esiste l'obbligo della visita medico-sportiva agonistica e, dal 1995, per gli atleti professionisti sono stati introdotti ulteriori controlli, tra cui prova da sforzo massimale ed ecocardiogramma."

Secondo Zeppilli, il principio che guida il sistema italiano è chiaro: mettere la tutela della salute dell'atleta davanti a qualsiasi altra esigenza.

"All'estero decide spesso il giocatore"

Il medico ha poi evidenziato le differenze con altri Paesi.

"In Inghilterra le visite vengono effettuate, ma la decisione finale spetta al calciatore, che si assume la responsabilità delle proprie condizioni. Negli Stati Uniti, invece, il giocatore decide se continuare o smettere praticamente a proprio rischio. In Spagna e in Francia c'è maggiore attenzione rispetto al passato, ma non esiste una normativa rigida come quella italiana."

"Meglio essere severi che correre rischi"

Per Zeppilli, il modello italiano può apparire particolarmente rigoroso, ma rappresenta una scelta precisa sotto il profilo etico.

"Il nostro sistema ha oltre quarant'anni di storia e mette al primo posto la vita dell'atleta. Si può discutere sulla severità del protocollo, ma nessuno vuole mandare in campo un giocatore che potrebbe correre rischi. Se un atleta può mettere a repentaglio la propria vita, il nostro dovere è fermarlo. È una responsabilità che in altri Paesi, troppo spesso, viene lasciata al singolo calciatore."

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