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Le verità di Rafaela Pimenta: "Subito dopo la morte di Raiola sono arrivati gli avvoltoi"

Le verità di Rafaela Pimenta: "Subito dopo la morte di Raiola sono arrivati gli avvoltoi" TUTTOmercatoWEB
© foto di Cardia Ivan
Michele Pavese
autore
Michele Pavese
mercoledì 19 ottobre 2022, 13:21Serie A

Rafaela Pimenta ha ereditato l'impero di Mino Raiola. Non tutti sanno, però, quanto potere l'ex docente di giurisprudenza avesse già all'interno della società che gestisce calciatori del calibro di Paul Pogba, Erling Haaland e Zlatan Ibrahimovic. Lo ha raccontato lei stessa in una lunga intervista concessa al Telegraph, in cui ha anche svelato alcuni retroscena legati allo stesso Raiola: "Quando arrivò la falsa notizia della morte di Raiola, ero negli uffici del Manchester City per il trasferimento di Haaland. Cominciavano a squillare i cellulari, mi chiamavano tutti, compresa sua madre. Dissi che era falso e tutti si sono calmati, ma io ovviamente non ero serena. Non potevo esserlo: dovevo chiudere l’accordo per Erling, ero lì da una settimana e Mino era molto stanco. Non era morto ma era questione di tempo".

La morte di Raiola: "Dopo il suo funerale sono andata subito in ufficio perché non mi aspettavo che l’universo si fermasse. Forse avrei dovuto mettere in pausa la mia vita ma i giocatori, che lo amavano, avevano bisogno di essere rassicurati. C'erano tanti affari in ballo, non potevo andare a casa a piangere. Era desiderio di Raiola che i dettagli della sua malattia non trapelassero e non lo farò nemmeno ora".

Bravi colleghi e delinquenti: "Ci sono alcuni grandi agenti, che la gente definisce super-agenti: Jonathan Barnett, Jorge Mendes... Se dovessi parlare del supporto che ho ricevuto da loro, avrei bisogno di un giorno. Sono stati fantastici. Ero felice che volessero aiutarmi anche se non ne avevo bisogno. Ma è stato un gesto che ho apprezzato. Poi ci sono bravi agenti ma anche un mucchio di delinquenti, che hanno chiamato i giocatori subito dopo la morte di Raiola. Uno di loro chiamò Benítez il giorno stesso in cui Mino morì. Wanda, sua moglie, gli disse di vergognarsi. Prima che Mino morisse chiamarono Areola, migliaia di persone chiamavano Xavi Simons, Haaland e Pogba".

Una donna al potere: "La gente non accetta che Mino non ci sia più e che ora ci sia una donna. Tanti uomini, quando non riescono ad avere la meglio, mi dicono 'Cosa sai tu di calcio?’, e io rispondo ‘Non è necessario sapere di calcio per dirti di pagare i bonus al giocatore. Mi basta conoscere la matematica e l'economia'. Hanno cercato di sminuirmi, di provare a farmi perdere fiducia solo per vincere una trattativa".

Dietro le quinte per scelta: "Io e Mino abbiamo deciso insieme che lui sarebbe stato il protagonista. Era lui a gestire le trattative e a generare rumore sulla stampa. Io non avevo bisogno di visibilità, mi andava bene lavorare così perché ero totalmente a mio agio. La donna più potente del calcio? Non credo sia vero. Penso però che sia una responsabilità, perché posso anche rovinare altre donne se faccio del male e non voglio che accada”

Il lavoro quotidiano: "Oggi dai giocatori ci si aspetta tanto e dobbiamo gestirli 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Non sai mai cosa leggerai quando ti svegli. Abbiamo una persona incaricata di leggere ciò che si scrive di ogni giocatore. Questo non significa solo leggere i media tradizionali ma anche monitorare i social, in modo da sapere sempre cosa fare e anticipare le mosse. Lo facciamo per far sì che certe notizie non influiscano sulle prestazioni. Dieci anni fa si potevano evitare certe cose, oggi è impossibile. Un giocatore ha una responsabilità sociale. Non può semplicemente limitarsi a giocare o guidare una Ferrari. Un giocatore, nella nostra azienda, è molto di più. Deve essere un modello; si possono commettere degli errori ma poi si deve lavorare per risolverli. Altrimenti è solo una rottura di palle nella mia vita e nelle loro vite".

Il ritorno di Pogba alla Juve: "Paul Pogba ha fallito con la maglia del Manchester United? A mio avviso no, tutt'altro: quando ha giocato ha sempre fatto bene, trascinando la squadra. Il problema è che il club inglese dovrebbe assumersi le proprie responsabilità per un progetto in fase di ricostruzione da anni e, fin qui, mai decollato. Quando Paul è tornato allo United nel 2016 è stata una scelta di cuore, è stato come tornare a casa. In quel momento era la cosa giusta da fare. Era felice, ma i piani non sono andati come ci si aspettava. Però è giusto che anche il club lo ammetta".

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