Milanese sulla crisi dell'Italia: "Troppa tattica e nessun talento. Per questo facciamo fatica"
L’ex calciatore, e oggi dirigente, Mauro Milanese ha parlato nel corso della trasmissione ‘A Tutta C’ in onda su TMW Radio e Il 61 soffermandosi non solo sulle questioni di Serie C ma anche delle dimissioni del presidente federale Gabriele Gravina e delle difficoltà del calcio italiano: “Dimissioni? È quello che vogliono un po' tutti quando non si raggiungono risultati, quindi magari erano un atto dovuto. L'aveva fatto Tavecchio dopo un Mondiale non raggiunto, adesso dopo un doppio Mondiale non raggiunto (e sono tre), l'ha fatto anche il presidente Gravina. Dispiace perché noi vorremmo vedere l'Italia protagonista, però non è neanche una coincidenza. Per 100 anni l'Italia era considerata una delle favorite, tra le prime quattro favorite a vincere il Mondiale, e adesso sono 12 anni di fila che non ci andiamo. Quindi qualcosa evidentemente è cambiato in negativo”.
Le società penalizzate o che falliscono sono dei campanelli d'allarme?
"La Serie C è professionistica solo di statuto. Non ha i ritorni di Serie A e B nei diritti d'immagine: una delle riforme da fare già da tempo era considerarla semi-professionistica. I 1.500 milioni sono distribuiti in 1.400 alla Serie A e 100 alla Serie B, quindi cinque milioni a testa per venti squadre. La C non è sostenibile se si deve sopravvivere pagando soltanto dagli incassi e dagli introiti dagli sponsor: c'è chi ha grandi ingaggi, mentre le società piccole fanno 200 spettatori. L'avevo fatto subito presente alla Triestina, ho cercato di sottolineare questo problema che sta alla base di tanti fallimenti: i costi superano le entrate. Se non c'è la volontà politica, una riforma non si fa: i presidenti di A e B hanno un peso politico tale da influenzare il Consiglio Federale, non danno i soldi alla C. Il presidente federale non farà mai una riforma per mettersi contro i grandi imprenditori della Serie B, è come un cane che si morde la coda: una riforma potrebbe dar fastidio".
A tal proposito, alla luce di tutto questo, che profilo serve adesso per rifondare il calcio italiano?
“Come sempre, bisogna partire dai giovani, dalle scuole calcio, dai settori giovanili. Quando Guardiola costruisce dal basso vogliamo farlo tutti, ma non siamo brasiliani, non siamo spagnoli, non abbiamo la tecnica sufficiente, mai avuta. Non abbiamo vinto nessun Mondiale con la tecnica e il possesso palla. Bisogna trovare l'identità, il sistema italiano, il gioco italiano. Abbiamo avuto grandi qualità di numeri 10 (Totti, Del Piero, Zola, Mancini, Baggio): non sapevi mai a chi dare la maglia numero 10. Oggi invece non abbiamo nessun talento. Bisogna tornare alla tecnica, all'identità, imparare a verticalizzare, chiudere gli spazi, pressare alto, ma anche chiudersi e giocare di contropiede. Partire dal settore giovanile, lasciare i due tocchi e il possesso palla, tornare alla tecnica individuale: lasciare i giocatori fare più tocchi, scattare, fare doppi passi, puntare l'uomo, giocare in verticale, lanciare lungo sulle fasce, calciare le punizioni, cose che non si vedono più nemmeno nei campetti”.
Come se lo spiega questo?
“Perché tutti copiano Guardiola. Gli allenatori dicono: ‘Se butti la palla in avanti non giochi a calcio, mi mandano via’. Ma Guardiola ha allenato il Manchester City e il Barcellona, squadre adatte a quel gioco. Se lo vogliamo fare nelle squadre di dilettanti o nel settore giovanile, dove certi giocatori non hanno fatto nemmeno gli esercizi che facevamo noi da piccoli (mezz'ora di muro destro-destro, sinistro-sinistro, esterno-esterno, prima dell'allenamento), non funziona. Servono esercizi moderni che insegnano la tecnica: stop e tiro, finta e tiro, attaccanti che non sprecano, difensori che imparano a scappare. Non dobbiamo giocare come Spagna e Brasile perché non siamo forti come loro. Andiamo nel loro campo e perdiamo. Bisogna ripartire dal settore giovanile con grande tecnica, meno tattica, meno allenatori che vogliono vincere il loro campionatino a tutti i costi. Il possesso palla nella metà campo avversaria? Se una squadra perde 1-0 a 5 minuti dalla fine e fa 30 passaggi senza superare la metà campo, non è logico. Bisogna dare altre disposizioni e cercare di tirare su talenti che sappiano calciare punizioni, corner e dribblare l'avversario. Oggi nessuno salta l'uomo, per questo facciamo fatica”.











