Roberto Beccantini: Leo Messi e Flaiano
Il peggio che può capitare a un genio, ammoniva Ennio Flaiano, è di essere compreso. Capita anche a Messi, ogni tanto.
Soprattutto dal dischetto: secondo rigore sbagliato (bravo Shoubir). Però Leo è Leo. Un genio, appunto. L’Egitto di Hassan lo ha costretto a rimboccarsi le maniche, come dicono che facesse l’immenso Valentino, quando il tormento diventava estasi.
Conducevano per 2-0, i «nipoti di Mubarak»: possente incornata di Yasser Ibrahim, strepitoso contropiede di Salah e Hassan, suggellato da Mostafa Ziko. Era il 67’. Con il capitano fermo al penalty e a un palo. I guanti di Shobeir tenevano in piedi la baracca. Di «scalonete», manco l’ombra. Gioca Lautaro, invochi Julian Alvarez (sul quale il portiere avrebbe compiuto un mezzo miracolo); parte il «materassaio», speri nel Toro. Che entrerà sul più brutto, con Nico. E non invano.
Cominciava, ad Atlanta, una lenta processione verso l’area egizia. Sino alla palombella di Leo per la capoccia di Romero e all’esterno sinistro – made in Rosario, ça va sans dire – che, all’83’, fissava l’aggancio. Apriti cielo. Il pathos scrosciava tipo cascate Vittoria. Zitto zitto, Letexier bordeggiava e sbaciucchiava i campeones. D’improvviso, con la malizia di Salah e gli alluci acerbi di Marmoush, l’Egitto provava addirittura a vincere. Non lo avesse mai fatto.
Di ritorno da Seattle, dove aveva sistemato il caso Balogun con il bisturi del primario che opera senza anestesia, la Nemesi invitava gli epigoni di Soriano a profittare di pascoli così dolci, così indifesi. E allora, sotto: al minuto 93, non un’anima a disturbare la gittata del cross di Lautaro, calibrato dalla fascia destra, e sentinelle troppo svagate nell’opporsi alla zazzera del tatuatissimo Enzo Fernandez: tre pere in 13′, 3-2 come con Capo Verde.
Tutta un’altra storia. Ma anche questa, credeteci, lo è stata.






