Chivu maestro dell'anima nerazzurra: lo scudetto dell’allenatore psicologo
Quando Simone Inzaghi ha salutato l’Inter, sedotto dai contratti faraonici dell'Arabia, tanti tifosi nerazzurri hanno trattenuti il fiato, quasi fossero sull'orlo di un precipizio. Sostituire un allenatore che aveva vinto uno Scudetto, giocato due finali di Champions League e riportato i nerazzurri stabilmente nell'élite europea - oltre ad aver portato a casa tre Supercoppe e due Coppe Italia - sembrava un’impresa titanica. Anzi, a detta di tanti pareva quasi impossibile, vista e considerata la forza del Napoli e il nuovo corso del Milan targato Allegri, senza considerare anche l'elevata considerazione che tanti, non tutti, avevano della Juventus.
E quando la società ha scelto Cristian Chivu dopo aver flirtato con Fabregas, tanti hanno alzato il sopracciglio (forse anche qualcuno dei lettori) con mille punti interrogativi di risposte. A conti fatti, mesi dopo un'estate di miraggi e pensieri, la scelta del tecnico rumeno è stata una delle più indovinate della dirigenza di Viale della liberazione. Chivu è arrivato a San Siro senza voler replicare Inzaghi. Ha portando sé stesso: la sua storia da calciatore nerazzurro, la sua intelligenza emotiva, una capacità rara di parlare alle persone prima ancora che agli atleti. Insomma, tutto quello che serviva ad un gruppo ancora frastornato dalle "cinque sveglie" della finale di Monaco, per usare le parole non proprio delicate di Gianluigi Buffon.
Il segreto di Chivu, quello che gli ha permesso di farsi distingue davvero, è stato psicologico. Poche chiacchiere, tanti fatti, un lavoro maniacale fatto anche di ricerca di un'umiltà perduta. Fin dal primo giorno Chivu ha avuto tra le mani un gruppo di campioni già vincenti ma fragili, reduci da un’annata esaltante conclusasi nel peggiore dei modi. Un gruppo appesantito dall'eredità del passato e dalle incognite per il futuro. Chivu ha smontato quella trappola pezzo per pezzo. Nessun confronto con Inzaghi, nessuna celebrazione nostalgica, ma pura e semplice consapevolezza del lavoro svolto, nonostante i risultati. Focus sul presente e su un'identità nuova. Chivu ha portato "un'aria nuova", ha detto Lautaro Martinez. Ha guardando negli occhi chiunque trovando sempre (o quasi) le parole giuste. Calhanoglu, dopo la tempesta post Mondiale per Club, si è acceso come un faro nella notte. Lautaro, su cui gravavano aspettative enormi da capitano e da bomber, ha giocato sempre con il fuoco addosso, nonostante qualche infortunio di troppo sul groppone. Thuram ha risposto presente quando contava davvero e la squadra sembrava quasi spalle al muro.
Questo non è frutto del caso. È il risultato di un lavoro certosino sull'individuo, sul gruppo, sull'identità collettiva. Chivu ha creato un ambiente in cui ognuno si è sentito protagonista, in cui l'errore non è mai stato una condanna ma uno stimolo per ripartire. Ha abbassato la tensione quando era alta, l'ha alzata a modo suo, in silenzio, quando il gruppo rischiava di adagiarsi. Tatticamente ha mantenuto il 3-5-2 che l'Inter conosce a memoria, cercando di inserire intensità nel pressing e qualche verticalizzazione in più. E chissà se dal prossimo mercato potrà ancora cambiare qualcosa. Ma al di là degli schemi è nella gestione umana che Chivu ha vinto davvero. In un calcio sempre più dominato da dati, algoritmi e analisi video, ha riscoperto il valore di qualcosa di antico e prezioso: la fiducia e la capacità di far sentire ogni giocatore visto, ascoltato, importante. Senza fare sconti a nessuno. Nella nuova Inter uno vale uno, un ragionamento valido anche per il miglio solista. Perché le grandi squadre si costruiscano prima dentro, nelle teste e nei cuori, e solo dopo in campo. Non male, per un esordiente sulla panchina di una big.











