Dal buio di Monaco al riscatto: Inter campione d'Italia, nel segno di Cristian Chivu
Tutto è compiuto. Dalle ceneri alla gloria. Dalle lacrime al sorriso di un Meazza in festa come sa fare nelle notti più belle, quando una vittoria significa entrare nell’Olimpo. L’Inter è andata a prendersi il suo destino ed è campione d’Italia per la ventunesima volta nella sua storia. I nerazzurri festeggiano con pieno merito lo scudetto, con la gente che si è riversata per la vie di Milano da Piazza Castello a Piazza Duomo, aspettando la sfilata del pullman scoperto che arriverà con la consegna della Coppa al termine del match casalingo contro l’Hellas Verona. Stagione di sali e scendi, cominciata con la disfatta di Monaco e l’addio di Simone Inzaghi in un’estate rovente. Il traguardo finale invece vede le braccia al cielo di Cristian Chivu, “l’esordiente”, primo artefice di un tricolore sofferto, sudato e vinto grazie ad una continuità spaventosa contro tutte le squadre di media e bassa classifica.
Poco importa lo score degli scontri diretti - l’Inter ha vinto solo una volta contro la Juventus - perché con tutte le altre l’Inter è stata semplicemente perfetta, letale come il morso di un cobra. Una squadra schiacciasassi tornata a credere in se stessa proprio grazie al tecnico rumeno, capace di oliare quell’autostima che sembrava perduta. Un passo alla volta, mattone dopo mattone, fino all’urlo liberatorio di ieri sera grazie alla vittoria sul Parma firmata da Marcus Thuram e Mkhitaryan, un 2-0 che profuma di presente e futuro da rinnovare, visto che l’armeno sarà uno di quelli che saluterà al termine della stagione. La prima Inter di Chivu in campionato era stata detonante, con un 5-0 perentorio al Torino che sembrava davvero il preludio ad un calcio diverso rispetto a quello visto nella scorsa stagione. Poi Chivu si è dovuto adattare, assorbendo prima l’urto delle sconfitte con Juventus e Udinese, poi imprimendo l’accelerata giusta facendo leva sulle convinzioni della squadra che rischiavano di essere smarrite. Giovani e veterani: da Pio Esposito (decisivo con gol pesanti a San Siro), fino all’energia ritrovata di Calhanoglu e Lautaro Martinez. Dalle scintille post mondiale del club - quando sembrava esserci lo strappo del turco con la squadra e il suo capitano - fino alle fiamme in campo, a suon di gol e prestazioni maiuscole.
Il Toro per la seconda volta può centrare la doppietta scudetto e classifica marcatori, l’ex Milan invece ha segnato quasi come un attaccante e spera di esserci nella finale di Roma contro la Lazio. Perché la stagione non è finita e la bacheca di Viale della Liberazione può essere ulteriormente impreziosita. La festa ieri sera è cominciata nel recupero del primo tempo, con il destro ad incrociare del nove francese tornato bomber nel momento del bisogno, quando sia Milan che Napoli stavano coltivando speranze di rimonta. Questa è storia recente, presente brillante, futuro da esplorare con la dirigenza nerazzurra che presto lavorerà per rinnovare il tecnico rumeno ed inseguire nuovi successi nell’anno che verrà.
Chi ci sarà, tra addii e nuovi arrivi, non è dato a sapere. Oggi intanto parlano i numeri: solo cinque sconfitte in campionato, ventisei vittorie, quattro pareggi. Il calcio non sarà solo numeri ma questi dati certificano un dominio assoluto, nel collettivo e nei singoli. Dimarco si ritaglia la copertina quasi come un attore hollywoodiano, protagonista di un campionato da record con doppia cifra di assist e gol che hanno cambiato il destino di partite sporche e cattive. La consacrazione della continuità per chi, l’anno scorso, ha faticato non poco a ritagliarsi minuti pesanti quanto contava di più. Ha fatto la voce grossa anche San Siro, tornato a ruggire nei momenti più caldi e cupi come un vecchio gigante. Il resto sono fumogeni nerazzurri nel cielo di Milano e un pezzo di stoffa bianco, rosso e verde sul petto.











