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Il coraggio di andare avanti e quello di fermarsi: Eriksen ora tuteli la propria salute

Il coraggio di andare avanti e quello di fermarsi: Eriksen ora tuteli la propria saluteTUTTOmercatoWEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Michele Pavese
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Michele Pavese
Oggi alle 17:27Serie A

Quanto valgono gli ultimi anni di una carriera rispetto a una vita intera ancora da vivere? È una domanda scomoda, persino impopolare, soprattutto quando riguarda altri. Eppure è la prima riflessione che viene in mente davanti all’ennesimo spavento per Christian Eriksen. Il centrocampista danese, oggi 34enne, è nuovamente crollato a terra durante l’amichevole di ieri tra Danimarca e Ucraina, perdendo conoscenza per alcuni secondi prima di rialzarsi. Un episodio che inevitabilmente ha riportato alla mente le immagini drammatiche degli Europei del 2021, quando il suo cuore si fermò in campo davanti a milioni di telespettatori.

Non si tratta di fare i moralisti né di negare il diritto di un atleta a scegliere il proprio destino professionale. Eriksen, dopo quell’arresto cardiaco, ha deciso di non arrendersi. Ha continuato a giocare, trovando club disposti a concedergli fiducia e a permettergli di proseguire la carriera (all'epoca era un tesserato dell'Inter). Una scelta legittima, rispettabile e comprensibile per chi ha dedicato l’intera esistenza al calcio. Ma resta una domanda che nessuno può evitare: ne vale davvero la pena?

In Italia la risposta normativa è stata chiara. Le regole sull’idoneità sportiva sono tra le più severe al mondo e impediscono, di fatto, a chi ha subito un problema cardiaco di quella gravità di ottenere l’autorizzazione per giocare a livello professionistico. Una rigidità spesso criticata, talvolta considerata eccessiva, ma che in casi come questo appare come una forma di tutela non negoziabile. È uno dei pochi ambiti in cui il sistema sportivo italiano può ancora rivendicare un principio semplice: la salute viene prima dello spettacolo.

All’estero, invece, l’approccio è diverso. Le leghe cambiano, i protocolli anche, ma il rischio rimane lo stesso. E ogni volta che qualcuno cade a terra, anche solo per pochi istanti, torna inevitabilmente la paura. Le parole dei medici, dopo l’ultimo episodio, sono state rassicuranti. "Sta bene, il defibrillatore ha funzionato", ha spiegato il responsabile sanitario della nazionale danese. Frasi che in qualsiasi altro contesto sarebbero sufficienti a chiudere la vicenda, ma quando si parla di un atleta che ha già conosciuto l’arresto cardiaco e che vive grazie a un dispositivo salvavita impiantato nel proprio corpo, l’effetto rassicurante va a farsi benedire. Perché il punto non è soltanto come trattare l'emergenza; il punto è che quell’emergenza continua a ripresentarsi.

Eriksen ha dimostrato un coraggio straordinario. Ha sconfitto la paura, è tornato ai massimi livelli e nessuno potrà mai contestargli la scelta. Ma il coraggio, a volte, consiste anche nel capire quando è arrivato il momento di fermarsi. Dopo una carriera straordinaria, non ha più nulla da dimostrare: ha giocato nei più grandi club europei, ha disputato Mondiali ed Europei, ha ispirato milioni di persone con il suo ritorno in campo. La sua eredità sportiva è già al sicuro. Per questo, oggi più che mai, la domanda non riguarda il calciatore ma l’uomo. E quando la posta in gioco è la vita stessa, il calcio dovrebbe smettere di essere la priorità.

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