La resilienza ha rotto le scatole, ma è una parola perfetta per descrivere l'Inter
Ci sono parole che all'inizio suonano bene e piano piano perdono di senso, per completare il giro nella direzione opposta all'origine. A furia di essere protagonista dei tatuaggi sulla schiena di mezza italia, resilienza finisce di diritto in questa categoria. Ha rotto le scatole, per essere diplomatici. Per coloro i quali - dall'abuso si direbbe pochi, in realtà si tema molti - hanno bisogno di una rinfrescata, dal Sabatini Coletti: "Capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi". In senso figurato, è intesa come la capacità di un individuo o un gruppo di reagire di fronte alle difficoltà.
Ma è perfetta per descrivere l'Inter. Ti aspetti che inciampi e poi non lo fa. Magari succederà, ma intanto a Roma ha giocato l'ultima trasferta in casa di una big e c'erano tutti gli ingredienti per la doccia fredda. Un ottimo primo tempo dei giallorossi di De Rossi - dopo due anni e mezzo la Roma che può giocare a calcio è una notizia, a Mourinho sembrava vietato da contratto - aveva completato la tavola apparecchiata. Invece, ecco il quarto d'ora nerazzurro, travolgente non quanto quello granata (non si scherza coi santi) ma quasi.
È una storia lunga, del resto. Le ossa nerazzurre, da Simone Inzaghi in giù, sono diventate resilienti, più che resistenti. Ti pieghi ma non ti spezzi. Di critiche e di momenti complicati, in queste ultime due stagioni e mezza, ve ne sono stati. Il tecnico piacentino ha tenuto la barra dritta e oggi è il principale artefice di un piccolo grande capolavoro, un passo avanti a una dirigenza che vanta la stessa qualità. Insieme a giocatori come Sommer, Acerbi, Mkhitaryan, Calhanoglu, Thuram, Dimarco, Darmian. Non li voleva nessuno, o quasi. E invece sono lì, in testa a tutti, con sette punti di vantaggio a parità di gare e uno scudetto che piano piano se lo stanno cucendo al centro della maglia.






