Chissà che fine ha fatto Gemma... e cosa farà Roberto Baggio
Una Coppa del mondo o il primo bacio?
L’altro ieri era il 17 luglio. Correva l’anno ’94, c’era Max Pezzali che soffiava più del vento.
C’era Roberto Baggio, il caldo d’estate, la casa al mare, le prime cotte, le parole che morivano in gola prima di uscir fuori.
Gemma aveva 11 anni, aveva un fratello che minacciava chiunque di morte se solo l’avesse guardata.
A me però Gemma piaceva. E le botte non mi spaventavano mica.
O forse sì, ma mica glielo dicevo.
E succede che quella sera, arrivo alla casa al mare.
E c’era pure Gemma.
Io tenevo le lettere che c’eravamo scritti dall’estate precedente, lei lo stesso.
C’eravamo promessi il primo bacio, era durata un anno intero quella promessa.
Succede che quella sera, il 17 luglio del 1994, c’era Gemma ad aspettarmi.
Ma stava pure Roberto Baggio, il suo Codino, la pelata di Arrigo Sacchi che mi aspettavano nello schermo grande al centro della piazzetta.
E nel petto c’avevo un fervore, un treno che deragliava a ogni stazione.
E nella testa la paralisi che si diffonde a macchia d’olio dinanzi a un bivio esistenziale.
Gemma era bella, bella assai.
O almeno così me la ricordo io.
Ma Baggio, ragazzi, era Baggio.
E allora provai a fare quello che fanno tutti dinanzi ad un bivio: temporeggiare.
Gemma aveva abboccato. Ne ero sicuro.
Stiamo con gli altri, parliamo e lei mi lascia fare.
Sfidando le leggi della fisica, individuo una tv a ore 15 e mi fletto come un arco per provare a far coincidere lo sguardo di Gemma con le giocate di Baggio.
Il Brasile attacca, si soffre.
Gemma se ne frega.
Ma io soffro. Ma alla fine dico: ci sono riuscito. Sto con lei e mi sto pure vedendo la partita.
Palo del Brasile. Pagliuca, ma cosa ca**o fai.
Ma non posso far capire a Gemma che sto per esplodere, lei deve percepire di avere tutta la mia attenzione. Sapete come funziona.
Si arriva ai rigori. La tensione è alle stelle. L’aria si fa elettrica e tutto il pianeta sta solo attendendo quel momento.
Ricordo ogni dettaglio.
Un tizio con accento pugliese con una orribile camicia a manica corta, esclama: “Vendichiamo il Messico!”.
Sul tavolo ci sono due lattine di coca cola, degli arachidi stantii, un bicchiere di plastica coricato sul fianco.
Gemma ora mi fissa negli occhi. Non si mai voltata nemmeno per un secondo alle ore 15: la partita proprio non le interessava.
Ma la cosa che più la infastidiva era un altra: che io fossi interessato alla partita più di lei.
Un pensiero che l’aveva consumata per 120 minuti e oltre.
“Andiamo a fare due passi”. Così mi dice.
“Andiamo a fare due passi”. Così, giuro.
Una frase che squarcia il frastuono. Tutto diventa muto. Gelido. Asettico.
Il signore con la camicia orrenda mi guarda, mostrandomi con un solo sguardo una solidarietà mai più ritrovata.
E quel treno, che viaggiava nel petto, si ferma.
Baggio beve una bottiglietta d’acqua, ha lo sguardo teso.
Nemmeno si avvicinava però alla mia di tensione.
Resto silente, sperando che Gemma mi dica: scherzo.
Che dal suo volto trasudi un briciolo di umanità.
Ma nulla. Gemma voleva proprio fare a gara con Baggio.
Secondi interminabili, sospesi in eterno. Aspettare non si può più.
Gemma raccoglie le sue cose e parte come una scheggia impazzita lontano da tutto.
Soprattuto da quel televisore passato a ore 15.
Incatenato tra l’agire e non agire, faccio la mia mossa: la seguo.
E trascino con me Arrigo, Roberto, Beppe, Franco, Paolo e tutta la nazionale.
Gemma non sorride. Inarca in maniera impercettibile il labbro superiore.
Ha vinto. Ha l’assoluto controllo su di me.
Il mio primo bacio si consuma in un clima di tragedia assoluta.
Ma a Gemma non basta. Probabilmente ha calcolato alla perfezione i tempi dei calci di rigore.
Mi dice: Dai, torniamo a vedere come va a finire.
Giusto il tempo di vedere Baggio calciare alle stelle il rigore che segna la fine della mia infanzia.
Diventare adulto a 11 anni.
Chissà che fine ha fatto Gemma.
Chissà come sta Roberto Baggio.






