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Rivera, orgoglio d'oro: "Il mio premio è unico e custodito in banca. Oggi si passa solo la palla indietro"

Rivera, orgoglio d'oro: "Il mio premio è unico e custodito in banca. Oggi si passa solo la palla indietro" TUTTOmercatoWEB
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Redazione TMW
Oggi alle 07:49Altre Notizie
Cinquantasette anni dopo lo storico trionfo del 1969, Gianni Rivera riapre lo scrigno dei ricordi a France Football. Tra l'orgoglio per quell'unico e inimitabile Pallone d'Oro, il leggendario duello con Gigi Riva e Gerd Muller

Il velluto verde di una scatola che si apre dopo più di mezzo secolo fa lo stesso rumore di un sospiro.
Fuori c’è il calcio del duemilaventisei, fatto di algoritmi, muscoli d'acciaio e passaggi all’indietro che sembrano geometrie imposte da un computer.
Dentro quella scatola, invece, c'è la luce del 1969. Gianni Rivera la guarda fissamente, poi solleva gli occhi, accenna quel suo sorriso aristocratico che San Siro ha amato per vent'anni e stringe tra le mani il Pallone d’Oro.
I giornalisti di France Football sono arrivati fin qui per riascoltare la colonna sonora di un’epoca irripetibile.
Il Golden Boy mostra i fogli ingialliti, i documenti ufficiali che certificano la sua incoronazione, li accarezza con la stessa delicatezza con cui calibrava i suoi assist per Pierino Prati.

"Questo è il documento ufficiale della rivista francese", sussurra Rivera, e la sua voce ha il tono fermo di chi sa di aver scritto la storia.
"Dimostra che il mio Pallone d'Oro vinto nel '69 è l'unico che esiste al mondo e che non è possibile replicare. Lo custodisco gelosamente in banca. Per me è stato il premio individuale più importante di sempre.
Certo, gli scudetti e le Coppe dei Campioni rimangono nel cuore perché si conquistano con tutta la squadra, ma questo... questo appartiene al talento puro."

Per raccontare quel trionfo bisogna chiudere gli occhi e tornare a un'Italia in bianco e nero.
Un Paese diviso da una rivalità epica, quasi letteraria.
Da una parte c'era l'eleganza geometrica di Rivera, il dandy del centrocampo rossonero; dall'altra la potenza d'unghie e di pietra di Gigi Riva, il "Rombo di Tuono" che faceva tremare la Sardegna.
Finì con un verdetto al fotofinish nei corridoi di Parigi: 83 punti a 79 per il milanista.
Un'incomprensione patria che i francesi, invece, seppero decifrare al primo sguardo.

"In patria c'era chi mi considerava una specie di lusso", ricorda oggi Rivera, con una punta di memorabile ironia.

"Un giocatore in punta di piedi, forse troppo fragile per le battaglie della terra di mezzo. Al contrario, France Football mi ha eletto a miglior rappresentante del calcio europeo. Hanno visto in me l’interprete illustre di un gioco raffinato, di un bello stile assolutamente originale."

L'anno di grazia 1969 era stato una cavalcata trionfale. Il Milan del Paron Nereo Rocco che schianta l'Ajax del giovane Johan Cruijff a Madrid, poi la battaglia della Bombonera contro l'Estudiantes per prendersi il mondo.
Rivera era il direttore d'orchestra di quella sinfonia, eppure, guardando i campi di oggi attraverso i teleschermi, il vecchio numero dieci non riconosce più la sua musica.
C'è qualcosa di freddo, di meccanico, che sembra spegnere la poesia del rettangolo verde.
"Oggi si è perso parte del romanticismo a favore dei tecnicismi", confessa, e lo sguardo si fa improvvisamente nostalgico, quasi severo.

"Vedo una tendenza esasperata a iniziare l'azione tornando indietro, a fare passaggi orizzontali e difensivi. Ai miei tempi si puntava l'avversario per saltare l'uomo, si creava dal nulla, si guardava sempre e solo la porta. Il calcio attuale rischia di annoiare se dimentica la fantasia."

L'intervista si chiude, la scatola si stringe di nuovo sul suo segreto dorato. Gianni Rivera si alza, impeccabile come sempre. Il tempo passa per tutti, ma non per chi ha trasformato il calcio in un'opera d'arte.
Quel Pallone d'Oro torna nel caveau di una banca, ma la bellezza di quel gioco, quella no, non la si può rinchiudere.
Resta per sempre sospesa nell'aria, come un cross perfetto che aspetta solo di essere spinto in rete.

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