Roberto Beccantini: "Il Catenasso"
Facciamo così. Né catenaccio né blocco basso, ma la sintesi: «catenasso». E’ come ha giocato il Paraguay per 100 minuti e rotti, costringendo i bleus di Francia a scendere dal pero e togliersi giacca e cravatta.
Ha deciso, dopo i calcioni, un calcio di rigore. Era il 70’. Licenziato Barcola, slalom di Doué, gamba larga di Diego Gomez: per l’arbitro, imbelle, più tuffo; per il Var, più fallo. Processione allo schermo e, naturalmente, revisione. Vai allora di ressa, quando non di rissa, di raspatina terraiola – alla Maspero o alla Pavlovic – di «ti aspetto fuori» (immagino). Sino alla resa di Gill. Che, già superbo su una lecca di Koné, si sarebbe poi superato sullo stesso Mbappé dai troppi sorrisi (provocato e, quindi, provocante) . E, comunque, dalle sette pere (come Messi).
Era una fornace, l’arena, e la partita è stata aspra, brutta, sporca. Tutti giù per terra, i paraguagi, con Galarza a distribuire gli svenimenti. Bravi, però, a dominare sotto canestro e a lasciare ai rivali «solo» il tiro da tre: sfruttato, peraltro, non certo alla Stephen Curry.
Dei tre «moschettieri» – Mbappé, Dembélé, Olise – non ricordo un numero all’altezza delle esigenze, raddoppiati e palpati com’erano. Curiosamente, ha deciso il quarto: Doué. I 40 gradi prosciugavano il ritmo, privilegiando le barricate alle baionette. Da Didier, nessuna scossa. Area sguarnita, infinito e sfinente torello ai margini, non un dribbling che uno. Per la storia, con il Paraguay aveva sofferto anche la Francia regina nel 1998, 1-0 a Lens, golden goal di Laurent Blanc al 114’. E, per la cronaca, non è che l’Argentina di Leo abbia asfaltato Capo Verde. Anzi.
Rimangono, del «rumble in the jungle» di Filadelfia, undici metri di differenza e il gusto un po’ retro di un calcio che la tecnologia più efferata potrà al massimo correggere – come in occasione del penalty – ma mai cancellare.






