Quello che l'Inter fa con Casadei, la Juventus lo ha fatto con Kean. Meglio esportare gli italiani, tanto qui non giocano (e il Decreto Crescita è un disastro)
Il nostro mestiere, perché ancora di questo si tratta quando c'è la possibilità di battere il marciapiede (con minor soddisfazione economica di un altro lavoro), in estate ti porta molto spesso a girovagare per gli hotel milanesi, in attesa di uno scatto rubato, di un'intervista al direttore sportivo di turno - che tanto non ti dirà mai nulla, almeno a microfoni aperti - al caffè con il procuratore, al pranzo con l'insider e via dicendo. È vero che, grazie ai cellulari, tutto il lavoro si può fare via messaggio. Non è umanità e spesso perde il senso del giornalismo rispetto a battere i tasti compulsivamente per twittare prima dell'altro. Da un paio di anni a questa parte il grido unanime degli agenti, quelli che hanno davvero i calciatori sotto procura, è sempre lo stesso. "L'italiano è perdente, perché il Decreto Crescita fa risparmiare i club".
Tralasciando che probabilmente non è così, visto che poi fra intermediari e agenti veri ci sono commissioni spesso alte, da pagare, la sensazione è quella di volere un campionato sempre più in mano agli stranieri. L'inchiesta del Corriere dello Sport ha portato alla luce come ci sia il 67% dei calciatori stranieri che hanno giocato la prima di Serie A. Un dato incredibile considerando che non siamo un campionato di approdo, ma uno intermedio, dove dovremmo oramai creare ed esportare i nostri talenti. Lo ha fatto in questa settimana l'Inter con Casadei, prendendo 20 milioni tutto compreso per chi non ha mai giocato in Serie A. Lo aveva fatto ai tempi la Juventus con Kean, anche se lì c'era un giogo contrattuale, ma è pur sempre un under23 anche attualmente.
La verità è che sarebbe giusto esportare i nostri talenti, se però dessimo l'opportunità ad altri di venire fuori. Non cederli sempre a squadre di Serie B o di Serie C, che per un anno possono utilizzarli un po' come vogliono. Il Milan ha riportato a casa base Pobega dopo vario peregrinare, l'Inter ha preso Asllani - che italiano non è, ma è prodotto del settore giovanile - e ha ceduto Carboni che sulla sinistra forse poteva avere un pelo di spazio. Molti giovani dell'Atalanta devono andare in prestito, anche in Serie A, perché la squadra è praticamente tutta straniera: hanno giocato Zortea e Okoli nell'ultima di campionato, ma sono mosche bianche nell'ultimo quinquennio, cioè dopo aver visto esplodere i Caldara, i Conti, i Gagliardini, tutti giocatori del vivaio. Sarebbe buono e giusto farli crescere e poi esportarli, cederli, trovando però qualcuno da lanciare senza passare dalle forche caudine dei due prestiti.
Zalewski è passato dalla Primavera alla prima squadra: italiano non è, ma ci ha pensato Mourinho a farlo esordire. È così vero che c'è questo gap assoluto fra i migliori giocatori dei vivai e la Serie A? Certo che esiste, lo scalino, ma se per il quieto vivere tocca sempre fare step di crescita, alla fine gli anni passano e magari su tre prestiti uno lo sbagli. Un anno lo hai perso. È un problema di giovani o è un problema di vivai? Tutti vogliono il giocatore pronto oppure i club non riescono più a formare i giocatori, inseguendo il risultato?
È un cane che si morde la coda, perché i club si lamentano delle spese altissime e poi invece di dare fiducia, come diciottesimo della rosa, a un giocatore della Primavera... Prendono venti giocatori. Alcuni club che arrivano costantemente a metà classifica non potrebbero cercare di far crescere il migliore dell'anno precedente? La verità è che tutti guardano al risultato. Non c'è mai una visione diversa che non sia avere la sicurezza di ventidue giocatori ultraesperti (per modo di dire) e neanche la possibilità di inserirne uno, piano piano magari, ma con la scelta di volerlo fare.
Il Decreto Crescita è un disastro ma anche i nostri allenatori e dirigenti sono relativamente miopi. Perché per un giocatore che porti in Italia e trovi la plusvalenza, ce ne sono quattro o cinque che non sono all'altezza. O che non farebbero poi così tanto la differenza rispetto a un giovane che prova l'ebbrezza di giocare a ritmi alti. Dopotutto, se in Italia i grandi vecchi possono ancora dire la loro, vuol dire che un problemino c'è... Probabilmente è il ritmo, la velocità. Siamo mediamente più vecchi, non diamo spazio ai giovani che vanno al doppio, siamo compassati. Mascheriamo tutto tatticamente, questo è certo, ma più Casadei e meno Vidal, verrebbe da dire.






