Se un calciatore guadagna milioni a 20 anni, che senso ha cercare di migliorare? La solita riforma all'italiana, servono le seconde squadre
Parlando con un grande protagonista del dietro le quinte del calcio italiano, ci siamo trovati a parlare di calciatori e di un livello che si è abbassato drammaticamente. C'è sicuramente la questione velocità che inficia e che porta a errori macroscopici e che probabilmente un tempo non avrebbe inciso così tanto. Fare certe cose a 35 km/h e farle a 20 porta normalmente a un'imprecisione di fondo. Poi però ci sono altre situazioni che inficiano. Il primo è una questione di soldi: negli anni ottanta e novanta era molto più difficile trattare un aumento contrattuale di oggi. Ci troviamo con delle storture nel mondo del calcio, con teenager che hanno appena esordito in Italia e che vanno a prendere quasi un milione di euro, salvo poi diventare invendibili e costretti a fare il giro delle sette chiese per giocare in Serie B, in prestito.
Che senso ha cercare di migliorare quando hai già una bell'auto a poco più di vent'anni, magari una casa, un contratto milionario e un cambio di procuratore in canna? È più difficile allenarsi a fondo che accontentarsi di quello che già si ha, pensando forse che andrà sempre più o meno così, galleggiando e magari beccando la stagione giusta per arrivare a sfondare anche il tetto dei 2 milioni di euro. Una carriera di un giocatore di Serie A, con un discreto hype iniziale, può arrivare anche a 10-15 milioni senza grossi problemi. Trent'anni fa, con un altro calcio, c'era bisogno di arrivare per essere pagato in una certa maniera. Certo, poi c'è chi è ambizioso come Cristiano Ronaldo - che non sopporta perdere - e cerca sempre di arrivare al top. C'è riuscito, poi c'è la carta di identità che mette fine a certe cose.
Così la sensazione è che i calciatori abbiano troppo potere dal dopo Bosman in poi. Che le società peraltro siano conniventi, perché non hanno intenzione di cambiare uno status quo che porta stipendi troppo alti a chi gioca a calcio. Salvo poi lamentarsi del fatto che ci siano delle storture evidenti, che ci sono miliardi persi nel corso degli ultimi anni. Qual è la possibile soluzione? Mettere un salary cap, magari in percentuale sul fatturato, avrebbe senso, probabilmente. Così come eliminare il fair play finanziario, con società che se vogliono fatturare l'infinito e oltre possono farlo (anzi già lo fanno) tanto qualcuno ripiana. Oppure, appunto, che i club mettano in anticipo le perdite di una determinata annata in un fondo che poi viene utilizzato in caso ci siano. Insomma, le possibilità ci sarebbero, magari sarebbe un pannicello caldo per poi trovare la via maestra, ma almeno sarebbe fare qualcosa.
Della serie: almeno facciamo qualcosa, c'è stata la riforma della Primavera, con almeno cinque giocatori convocabili che dovrebbero salire a dieci. Anche questa è una riforma all'italiana, perché la realtà è che i giovani devono trovare uno sbocco nel professionismo. Tocca capire che i diciannovenni per crescere devono confrontarsi con chi deve portarsi a casa lo stipendio, magari in Serie C o B, e che ha trent'anni. Solo così c'è la possibilità di acquisire quella velocità, quella scaltrezza, quell'esperienza che ti porta a un percorso in Serie A. Perché non c'è solo il teenager hype che arriva in prima squadra, segna e poi si adagia, guadagnando troppo per la sua dimensione. Servirebbero le seconde squadre, ma tutti quanti non hanno voglia di cambiare uno status quo: la Lega Pro vuole mantenere la territorialità e non scontentare nessuno, non c'è accesso al meccanismo se non buttando soldi in un fondo perduto, senza sapere se poi verranno effettivamente iscritti oppure no. Il paradosso continua e i nostri vivai trovano sempre meno giocatori da cui pescare, andando a prendere il Retegui di turno.






