Abete: "Se si parla solo di nomi vuol dire che i problemi del calcio italiano non esistono"
All’uscita dal consiglio federale, Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti e candidato alla presidenza della FIGC, si è fermato nuovamente con i cronisti presenti: “È stata dichiarata la decadenza del presidente Zappi, c’è una comunicazione del vicepresidente vicario Massini, che prende atto delle problematiche e testimonia la massima disponibilità a individuare situazioni che non determinino stress, in un momento in cui non c’è presidente o designatore. È stato investito il CONI a livello di parere, se ne parlerà nei prossimi giorni”.
È ufficialmente candidato. Ora?
“Inizia un percorso lungo, di 40 giorni, di confronto sui contenuti. Qualcuno si può anche porre il problema: ma se rimangono le stesse persone, che cosa cambia? Cerchiamo nei prossimi giorni di guardare un po’ di problemi, ce ne stanno tanti”.
I programmi saranno pubblici tra una decina di giorni, i suoi punti salienti?
“C’è un termine tecnico di pubblicazione (legato alla validazione delle candidature, ndr) e probabilmente saranno disponibili anche prima. Ho presentato un programma che parte dalla riflessione di Gravina sullo stato di salute del calcio italiano e da alcuni riscontri intervenuti a livello parlamentare, che però collegavano alcune risposte al commissariamento, al quale io non sono favorevole non sussistendo le condizioni perché ci sia. E poi ho fatto delle riflessioni relative a un’area di metodo che ritengo quella giusta: si doveva partire dai programmi e da riflessioni interne alle componenti, che sono titolari del diritto di veto/intesa, per poi confrontarsi e capire come dialogare con la politica. Nel momento in cui ci fosse stata una base di riferimento, giustamente alcune componenti potevano rappresentare la qualità di alcune persone che si rendevano disponibili. Si è fatto un percorso diverso, partendo dalle persone e non dai programmi: questo ha complicato molto la situazione. Delle due l’una: o non esiste il diritto di veto/intesa e non esiste la difficoltà di interloquire con la politica, e quindi le riflessioni di Gravina non sono giuste e basta la persona. Oppure, come è la verità, questi problemi esistono come pure la difficoltà di relazionarsi con il governo, e allora da lì bisognava partire per poi individuare le persone. Sembrerebbe oggi che il problema non è collegato alla qualità della persona, ma a un sistema di vincoli che esiste in federazione, di tutte le persone che rimarranno in consiglio federale”.
Nel suo programma c’è una collaborazione con il governo?
“Collaborazione… Noi chiediamo, poi decidono Parlamento e governo. Io nel secolo passato sono stato parlamentare, ma ero molto giovane: non faccio attività politica dal 1992, è passato parecchio tempo. Ci sono una serie di richieste, per quello che mi riguarda al primo posto c’è l’attenzione alla base”.
Malagò è sensibile alle esigenze della base?
“Io ritengo che sia sensibile, non ho motivo di credere il contrario, ma dovete chiederlo a lui. Parte da un livello di conoscenza, per colpa di nessuno, fisiologicamente minore. Ma questo non è certo responsabilità di Malagò: noi ci mettiamo a disposizione non battendo i pugni, ma ragionando. Tenendo conto che il ragionamento non è freddo, ma tiene conto del fatto che tu debba creare le condizioni perché aumenti la passione per il calcio”.
Come recuperare il suo svantaggio da Malagò?
“Non è questo il problema. Io, quando mi sono reso disponibile, ho fatto un discorso molto chiaro e ho detto che ponevo una candidatura nella speranza che ci fossero piattaforme progettuali e persone disponibili a dare un contributo. Non è avvenuto. Devo dire che la B e la C hanno fatto un percorso molto lineare, con altre componenti invece siamo rimasti a cinque parole lette sui giornali: sostenibilità, valorizzazione dei giovani, Club Italia. Ma non una grande progettualità, voglio dire”.











