Como, Fabregas: "In Italia tanti 0-0 o 1-0, spesso è impossibile capire che succede in campo"
Dalla Serie B alla Champions League nel giro di appena due stagioni. Cesc Fabregas ha guidato il Como ad un autentico miracolo e oggi, mentre si gode le vacanze prima dell'inizio della nuova stagione, ha raccontato questo percorso a The Athetic: "Quando sono arrivato non c'era neanche un campo di allenamento. Un girono ti allenavi in un posto, il girono dopo in un altro. Non c'era una palestra, né un ristorante. Eravamo in Serie B ma in realtà non eravamo un club professionistico".
Fabregas ha anche ricordato gli inizi da allenatore, con la Under 19 dei lariani: "Mi hanno dato un gruppo di ragazzi ma non potevo ingaggiare nessuno. Avevamo tre difensori, sette centrocampisti, e undici attaccanti. O qualcosa del genere. Ho dovuto inventarmi tutto: giocavamo con di trequartisti come terzini". Poi, dopo l'addio di Moreno Longo, arrivò la possibilità con la prima squadra in Serie B: "Giocavamo con un 5-4-1 con una difesa molto bassa e tanti contropiedi. Non potevo cambiare tutto a metà stagione. Perciò preferì modificare la fase difensiva più che quella offensiva. Siamo passati da una difesa a cinque a una a quattro, a zona, meno marcatura a uomo e un po' più alti. Poi sono arrivati Goldaniga e Strefezza che ci diedero più stabilità e soluzioni e siamo passati ad un 4-2-2-2. avrei voluto giocare con gli esterni, ma non ne avevo in rosa. Lì trovai un sistema che mi piacque molto e che ci fece crescere e vincere". Fino all'approdo in Serie A.
In questi anni il Como si è fatto anche apprezzare per l'acquisto di giovani dal grandissimo potenziale, come Nico Paz o Jacobo Ramon: "Il mio assistente - Dani Guindos - li conosceva bene, li aveva allenati a Madrid. Sapeva anche le loro doti umane. Io nei miei incontri la prima volta non parlo mai di calcio, ma solo di vita personale. Voglio capire la loro mentalità, spiegare loro chi siamo, come lavoriamo. Prima si definiscono alcuni aspetti chiari sulla cultura della squadra e del club e solo dopo si inizia a parlare di calcio". Un metodo che si è decisamente rivelato vincente visto quanto fatto: "Io credo ciecamente nei mei giocatori e non capisco quei club che ingaggiano un calciatore senza che l'allenatore lo conosca. Siamo noi tecnici che dobbiamo farli giocare e migliorarli. Questo è l'aspetto che più amo del nostro lavoro: passare del tempo con i giocatori, soprattutto con i più giovani, e aiutarli a migliorare. Li tratto come se fossero miei figli".
L'approccio ha permesso a giocatori meno noti di mettersi in luce. L'esempio lampante è il portiere Butez, arrivato da quasi sconosciuto e diventato il meno battuto della Serie A: "Cercavamo un profilo abile con i piedi. I suoi dati erano buoni, ma non eccezionali. Invece è stato una sorpresa incredibile. Ha capito in fretta il nostro modo di giocare, se gli proponiamo 4 soluzioni lui trova sempre anche la quinta migliore di quelle che gli abbiamo proposto. E' stato un acquisto fantastico".
Lo spagnolo, si è infine lasciato andare anche ad un commento sul calcio italiano: "Molte squadre pensano a come batterti difendendo, non attaccando. Significa che se vuoi vincere devi essere pronto a scardinare difese che possono farti soffrire. Noi abbiamo talento e abilità tecniche, ma fisicamente non siamo 'animali' e i nostri avversarti quando ci incontrano la vogliono mettere sul piano fisico. Quindi dobbiamo essere bravi a portarli nella nostra zona di comfort e ad attaccare i loro punti deboli. Vincere in Italia, dove ci sono tanti 0-0 e 1-0 non è facile. Quando guardi le squadre di Premier League, vedi una struttura. Vedi cosa cercano di fare. Vedi lo stile che vogliono imporre. Qui, molte volte, è impossibile. È impossibile capire cosa sta succedendo. Ecco perché bisogna prestare molta attenzione ai dettagli".






