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L'ex arbitro Casarin: "Le rimesse con i piedi di Pelé, gli insulti di Boniek e la generosità di Maradona"

L'ex arbitro Casarin: "Le rimesse con i piedi di Pelé, gli insulti di Boniek e la generosità di Maradona"TUTTOmercatoWEB
Daniele Najjar
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Daniele Najjar
Oggi alle 13:38Serie A

Dal Teatro Regio di Parma ha parlato - intervistato da Marco Lollobrigida - l'ex arbitro Paolo Casarin, in occasione di "Legendary referee", panel che fa parte del Festival della Serie A. Di seguito parte delle sue dichiarazioni raccolte dalla nostra redazione.

L'arbitro e la malafede.
"Ho fatto delle indagini per questo. Non mi sono accontentato del fatto che per definizione l'arbitro debba essere perfetto. Arbitrare vuol dire essere onesti, fare bene le cose".

Sulle rimesse laterali.
"A calcio si gioca con i piedi. Per due anni ho lavorato anche con Pelé e Zico. Pelé mi disse: perché non riuscite a far fare le rimesse laterali con i piedi? Nessuno deve giocare a calcio con le mani, a parte il portiere. In una partita ci sono 45 rimesse laterali, su ognuna ci sono perdite di tempo, posizioni non rispettate. Non sono riuscito a farmi ascoltare su questo cambiamento".

Il più bravo arbitro italiano?
"Collina. Anche più di me? Sì. E aggiungo Agnolin, anche lui era più bravo di me".

Su Maradona?
"Molte volte ho avuto il pensiero di andarlo a trovare al cimitero, anche ora. Che generosità che aveva. Ha fatto partite con campi pieni di fango solo per dare soldi ai poveri".

Su Boniek?
"Era molto bravo ed anche molto "effervescente". Una volta mi mandò a quel paese in polacco. Io però avevo lavorato in Polonia. A fine primo tempo prendo Scirea e gli dico: 'Digli che capisco il polacco, alla prossima parola lo mando fuori'. E lui ancora oggi quando ne parla quasi mi chiede perdono".

E con Zico di cosa parlò?
"Quando Zico iniziava a dribblare il difensore poteva sgambettarlo e a quel punto Zico era pronto subito a rialzarsi ed a tirare. Ma doveva aspettare perché c'è da fare la barriera. Insomma, chi ha fatto l'azione positiva ed ha subito un torto, doveva pure aspettare".

Cosa ci dice sull'evoluzione che ha avuto come arbitro in questi anni?
"Quando sono nato io c'era la guerra. Non ho conosciuto il pallone come tanti ragazzi. Ogni notte poteva arrivare una bomba, il pallone non potevi neanche vederlo. E io ero troppo piccolo e troppo povero per sapere che mi mancava qualcosa, il pallone appunto. Mio padre poi mi disse: Paolo, dobbiamo emigrare. Andremo in Argentina, dove conosciamo molti veneti che sono andati lì e che stanno lavorando. Ogni giorno allora era quello buono per partire per la nuova vita. In Argentina però non ci sono mai andati. E un giorno spuntò fuori il pallone".

Come?
"A Mestre c'era un muro, un pallone e c'eravamo io ed altri 10-15 ragazzi che cercavamo di fare gol in una porta disegnata sul muro stesso. Poi vidi i primi stadi, colonne di persone che volevano entrare, gente che urlava sugli spalti e che mi intimoriva. La Rai mi ha aiutato in queste difficoltà: attraverso la radio ho cominciato a voler bene al calcio. Dalla radio ho conosciuto anche la notizia più triste che potesse arrivare".

Quale?
"La morte di una grande quadra di calcio: il Grande Torino. Dalla radio ho sentito il funerale, infinito. Dalla mattina al pomeriggio avanzato. Lì è cresciuto ancora di più l'affetto per una cosa che sentivo più vicina a me e poi ho conosciuto il mondo arbitrale di lì a poco. Quando ho cominciato a lavorare, iniziai all'ENI, a Milano. A 22 anni poi sono andato un anno in Cecoslovacchia, un anno in Polonia. E l'arbitraggio? Solo qualche volta mi capitava di farlo. In Africa poi ho visto bambini felici grazie al pallone".

Fonte Dal FEstival della Serie A, a Parma
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