Milan, Rangnick sfuma. Ma perché il suo "one man show" era migliore di quello di Maldini?
Niente Ralf Rangnick. A meno di sorprese, che con il Milan sono all’ordine del giorno. Le ultime sull’attuale commissario tecnico della nazionale austriaca raccontano che, stanco di aspettare le lune del Diavolo, abbia deciso di rinnovare con la Federcalcio di Vienna. Niente sbarco in via Aldo Rossi: la nuova era milanista dovrà partire da un altro protagonista.
Meglio così? Difficile rispondere, soprattutto perché non è affatto chiaro a chi Gerry Cardinale, che controlla il Milan tramite RedBird, intenda affidare le fortune del suo club. Certo, resta il dubbio che Rangnick - peraltro già vicino al club con Elliott nella tolda di comando - fosse davvero l’uomo giusto, specie senza la possibilità di scegliere l’allenatore. L’ex mente del gruppo Red Bull è un dirigente che vuole avere il controllo su tutto, dal suo vice al magazziniere. Convivenza difficile, in una società che da troppo tempo vive di troppe anime. E la vera domanda è un’altra.
Ma perché era meglio Rangnick di Paolo Maldini? Nei vari incontri più o meno segreti con alcuni organi di stampa, Cardinale ha escluso il ritorno di Maldini, motivando la decisione con il suo “one man show”. Cioè con l’idea che l’ex direttore tecnico sia uno che vuole accentrare, decidere, avere l’ultima parola su tutto. Che poi l’ultima volta sia andata bene, questo è un dettaglio. Il problema è che sono critiche riferibili allo stesso Rangnick. Se il Milan lo voleva, era disposto ad affidarsi. Non si capisce - a meno che le vere motivazioni non siano diverse - perché non farlo con chi fa parte della propria storia. E ha già vinto dietro una scrivania.






