1977, la tragica storia del portiere Mario Giacomi e dei suoi fratelli
VERONA – Ci sono storie di cronaca che superano la fantasia per la loro spietata e geometrica drammaticità. Pagine nere che lasciano intere comunità e il mondo dello sport in un silenzio attonito.
Quella dei fratelli Giacomi, consumatasi nel marzo del 1977 a Verona, non è solo una tragedia familiare: è il racconto di un destino cieco che, nel giro di pochissime ore, ha cancellato un'intera generazione di una famiglia, strappando alla vita tre giovani fratelli.
Tra loro, una promessa del calcio italiano, il portiere Mario Giacomi.
L'inizio dell'incubo: il malore di Antonio
La tempesta si abbatte sulla famiglia Giacomi nei primi giorni di marzo. Il fratello minore, Antonio, viene colpito da un improvviso e devastante aneurisma cerebrale.
Le sue condizioni appaiono subito disperate. Viene ricoverato d’urgenza nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Verona, sospeso tra la vita e la morte.La notizia raggiunge l'Abruzzo, dove il fratello maggiore Mario, 27 anni, gioca come portiere titolare nel Pescara, in Serie B.
Biondo, atletico, cresciuto nelle giovanili dell'Hellas Verona con cui aveva assaporato la Serie A, Mario è un idolo locale.
Senza pensarci due volte, ottiene un permesso societario e sale sul primo treno per Verona.
Vuole stringersi attorno ai genitori e ai fratelli in quel momento di pura angoscia.
La notte dell'8 marzo: il killer silenzioso
La sera dell'8 marzo 1977, dopo una giornata passata tra le corsie dell'ospedale a pregare per il piccolo Antonio, Mario e l'altro fratello, Gianni, decidono di rientrare per riposare.
Scelgono di passare la notte insieme nella vecchia casa di famiglia a Chievo, in via Bionde, per farsi forza a vicenda.
Sarà la loro condanna.
La mattina del 9 marzo, la terribile scoperta. I corpi di Mario e Gianni vengono trovati privi di vita nei loro letti.
A ucciderli nel sonno è stato un nemico invisibile e letale: il monossido di carbonio, fuoriuscito da una stufa difettosa.
Una morte silenziosa, arrivata senza dare ai due giovani nemmeno il tempo di accorgersi del pericolo.
L'ultimo, tragico capitolo
Mentre la notizia della morte del portiere del Pescara e di suo fratello Gianni inizia a circolare, sconvolgendo la città di Verona e l'intero calcio italiano, il destino decide di sferrare l'ultimo, inspiegabile colpo.
Poche ore dopo il ritrovamento dei corpi a Chievo, dall'ospedale arriva il bollettino definitivo: il cuore di Antonio ha smesso di battere. Il più piccolo dei fratelli si è spento a causa dell'aneurisma, ignaro della sorte toccata ai suoi fratelli maggiori.
In meno di ventiquattro ore, tre bare vengono allineate l'una accanto all'altra. Una famiglia distrutta, una città in lacrime e il mondo del pallone unito in un lutto senza precedenti. Ai funerali congiunti presenziarono migliaia di persone, tifosi e delegazioni ufficiali di Verona e Pescara, per salutare tre fratelli uniti da un legame profondo e da un destino incredibilmente crudele.
La notizia della morte di Mario Giacomi colpì al cuore due piazze calcistiche allora in grandissima ascesa.
A Verona, il portiere era cresciuto nel settore giovanile fino a debuttare in prima squadra e a far parte della rosa che nel 1975 conquistò una storica promozione in Serie A. I tifosi scaligeri lo ricordavano come il ragazzo del Chievo, un talento fatto in casa che incarnava i valori della veronesità.
A Pescara, invece, Giacomi era diventato un idolo assoluto in pochissimi mesi.
Arrivato nell'estate del 1976 per difendere i pali della formazione abruzzese in Serie B, con le sue parate stava trascinando la squadra verso una clamorosa e inedita promozione nella massima serie.
La domenica successiva alla tragedia, il Pescara scese in campo con il lutto al braccio in un clima irreale.
Il suo secondo, l'esperto Gianfranco Piloni (ex Juventus), dovette prendere il suo posto tra i pali con gli occhi lucidi, mentre lo stadio Adriatico dedicò al suo numero uno un minuto di silenzio straziante, rotto solo dai singhiozzi dei tifosi. A fine stagione, il Pescara conquistò la Serie A, dedicando quel trionfo storico proprio alla memoria del suo portiere scomparso.
I funerali a Chievo: l'abbraccio di una città ferita
Il giorno dei funerali, la frazione veronese di Chievo si fermò completamente. Quell'angolo di provincia si trasformò nel centro del dolore di un'intera nazione, tre bare identiche vennero allineate all'interno della chiesa parrocchiale, circondate da una marea di corone di fiori inviate da decine di società di Serie A e B.
Oltre diecimila persone si riversarono nelle strade per l'ultimo saluto. Ai primi banchi, distrutti dal dolore, sedevano i genitori dei tre ragazzi, sorretti da una solidarietà collettiva raramente vista prima.
Dietro di loro, le delegazioni ufficiali dell'Hellas Verona e del Pescara Calcio al completo, con i compagni di squadra in lacrime che portarono a spalla i feretri. La commozione cittadina fu totale: i negozi abbassarono le serrande e persino i rivali storici del calcio si unirono in un abbraccio ideale a una famiglia che, nel giro di una notte, aveva visto svanire tutto il proprio futuro.






