La festa Scudetto prima dello Scudetto. Ieri Napoli ha abbandonato la scaramanzia per abbracciare un altro credo
"Ho provato sensazioni bellissime". Quando Luciano Spalletti, alle 17.51, s'è presentato nella sala stampa dello Stadio Maradona ha esordito con queste parole. Il suo Napoli aveva fallito da circa un'ora il suo primo match point Scudetto eppure il sorriso era quello delle vittorie più belle. "Dilazionamento del godimento", dirà più avanti. E non poteva esserci sintesi più calzante per spiegare quel bisogno edonico che oggi unisce la città e il suo allenatore.
E' stato il sinistro di Dia a spostare l'asticella della matematica un po' più avanti, ma in fondo cosa cambia? E' interessato poco a una città che ieri ha dato vita alla sua prima festa Scudetto per festeggiare uno Scudetto che ancora non è arrivato ma arriverà. E' interessato poco a un popolo che ha applaudito ed esultato, che ha cantato e festeggiato anche dopo il gol della Salernitana.
La festa è già iniziata. Notizia che non suona benissimo ai narratori di una Napoli succube delle scaramanzie, a chi con un cliché dopo l'altro vuole uniformare una città che vive dei suoi contrasti. Perché Napoli è e non è quello che gli stereotipi raccontano. Rifugge le etichette, ma poi le asseconda. Fa come gli pare, è anarchica, ma è anche fondata su valori comuni ben precisi che si fondono con le sue radici.
Carpe diem. La certezza del trionfo se non c'è arriverà e quindi a Napoli è sembrato giusto mollare gli ormeggi e navigare tra i piaceri di questo sogno a occhi aperti il più a lungo possibile. Dal gol di Raspadori al 93esimo la città ha deciso di parlare di terzo Scudetto a voce alta e di farlo soprattutto tramite i suoi striscioni. Ormai sono ovunque: nei vicoli e sui balconi, nelle strade e tra i palazzi. Finanche nei parchi privati. Parla tramite l'immagine sacra di Diego Armando Maradona, lo fa utilizzando le parole di Pino Daniele e Massimo Troisi, lo fa proponendo i volti di chi oggi sta riscrivendo la storia in un modo completamente diverso. Molto più profano. Da Corso Umberto a via Duomo. Dal San Gennaro di Jorit alle librerie di Port'Alba. Da Piazza Dante a Piazza Plebiscito. Da Mergellina fino a Fuorigrotta, fino allo Stadio Maradona: una lunga processione di fedeli nell'ultimo giorno di aprile ha attraversato Napoli come se tutto fosse già accaduto.
D'ora in avanti basterà un punto o un passo falso della Lazio. E' stato fallito il primo match point ma ce ne sono altri sei. Un divario troppo ampio per non utilizzare già il tempo verbale delle certezze. E allora si può dire che questo è lo Scudetto di Aurelio De Laurentiis, presidente a cui va dato il merito di non aver mai rinunciato alla sua visione. E' lo Scudetto di Cristiano Giuntoli, l'unico direttore sportivo in grado di costruire una rosa da Scudetto mentre rimetteva i conti in ordine. E' lo Scudetto di Luciano Spalletti, un allenatore che questo Scudetto ce l'aveva scritto in un destino forte come le sue idee. E' lo Scudetto di una squadra che non è mai venuta meno al concetto di squadra. E' lo Scudetto di una tifoseria che sul più bello s'è ritrovata con cori, coesione e bandiere. E' lo Scudetto di una generazione di napoletani che ha vissuto il racconto degli anni maradoniani solo nelle storie dei padri e ha sperato che quel momento prima o poi potesse tornare. Ora è tornato, anche se questa è tutta n'ata storia.






