Ci chiamavano sciacalli, la vita di un giovane procuratore nella giungla del calciomercato. Il libro di Carlo Pallavicino
Carlo Pallavicino, nobile e mobile, molto mobile, ha solcato un sacco di vite e di mondi, di vicoli e di suite.
E’ stato, fra le altre cose, giornalista (a «Tuttosport, anche), agente di giocatori e creatore di calciomercato.com, sito tra i più autorevoli e cliccati, poi venduto a un fondo americano (e a chi se no?). Viene, per usare una frase fatta ma che comprende parecchie cose da fare, dalla gavetta. Che, a un ragazzo sveglio, sarà sempre utile; e non necessariamente futile.
Fiorentino di culla e di passione, ha scritto un libro metà romanzo e metà diario: «Ci chiamavano sciacalli, la vita di un giovane procuratore nella giungla del calciomercato», editore Baldini+Castoldi. Non si guarda allo specchio, Carlo. Al contrario: si guarda dentro, tenendo il più lontano possibile dalla retorica il ritratto di Oscar Wilde che, inesorabile, attende al varco ognuno di noi.
Dal «Brivido sportivo» alla scuderia di Giovanni Branchini, l’affare Ronaldo (il fenomeno, patti chiari), il no di Claudio Marchisio, la vicinanza commossa a Stefano Borgnovo nella lotta contro la «Stronza», il miliardo che Cristiano Lucarelli – da Shangai, Livorno – rifiutò pur di diventare, povero illuso, profeta in patria.
Lo stile è libero e accattivante, le pagine rimbalzano tra sveglie e veglie, aragoste e mozzarelle. Una scorza di Bosman (la celeberrima sentenza che il 15 dicembre 1995 liberò gli «sciacalli»), un goccio di Lucianone Moggi («Ce benzo io») e la sfibrante trattativa per liberare Goran Pandev dal catenaccio di Claudio Lotito, fino al catartico «annuntio vobis: habemus mobbing».
Il mercato è il viagra dei tifosi. Sfogliando i capitoli, vengono incontro Lazaroni e (tanti, troppi) lazzaroni. Il lettore non si annoia: e questo, per l’autore, sarà sempre una medaglia.











