Marotta (Champions) League: la ricetta del suo strapotere è facile, ma Juventus e Milan non l’hanno capita. Il Como smaschera le big. Maldini “scappa” in Turchia: perché è l’unico campione grande anche da dirigente?
“Voglio la Champions League”. Beppe Marotta l’ha detto apertamente, e in fin dei conti all’Inter si può rimproverare tutto, meno che nascondere i propri obiettivi. Mentre molti altri fanno melina, i dirigenti nerazzurri negli anni hanno sempre manifestato le proprie ambizioni, e di conseguenza sono stati anche giudicati quando non le hanno onorate. Ora il numero uno di viale della Liberazione ha fissato l’asticella che più in alto non si può: ha visto da vicino la coppa dalle grandi orecchie quattro volte nella sua carriera, ora vorrebbe vincerla. Non sfiorata: quello è un parolone. In tutte le finali (due con la Juventus e due con l’Inter), la squadra italiana arrivava da sfavorita e da tale la concludeva, in un paio di occasioni - Cardiff e Monaco - con sonore bastonate. In fin dei conti, del resto, la Serie A non esprime una squadra favorita in una finale Champions da Atene 2007: anche il triplete di Mourinho è il capolavoro di un underdog.
A Marotta si deve il recente ciclo dell’Inter, in verità persino meno vincente di quello che avrebbe potuto essere, dato che mancano almeno un paio di scudetti quantomeno fattibili. La continuità è il grande marchio di fabbrica dei nerazzurri, dal 2018 l’unica squadra della Serie A sempre presente in Champions League. Un ciclo che, specie sui social, coincide con la Marotta League. Definizione irridente, della quale il primo a sorridere è spesso il diretto interessato, ma che - depurata dalle dietrologie - fotografa lo strapotere di un club e di un dirigente sul calcio italiano. La ricetta è, almeno teoricamente, molto più semplice di quanto immagini chi vede complotti ovunque (e per esempio resterà deluso quando l’inchiesta milanese del pm Ascione si rivelerà un gigantesco buco nell’acqua). Marotta e l’Inter vincono perché sono bravi, ma anche perché sono gli unici a esserlo. È l’unico club, nonostante i passaggi di proprietà, ad aver costruito una struttura dirigenziale chiara, robusta, che dà a ciascuno i propri compiti. La stessa cosa, per la cronaca, vale sul fronte politico e federale, dove Marotta non ha di fatto nessun interlocutore al suo livello, e quindi, tramontata l’era Lotito, tutti lo guardano inevitabilmente come un faro nella notte. Sarà mica un caso che raggiunge sempre l’obiettivo minimo?
Juventus e Milan, per esempio, finora non hanno dato segnali di aver dato quantomeno una sbirciata alla suddetta ricetta. Tanto per cominciare cambiano di continuo, e quindi non si strutturano mai. I bianconeri hanno cercato un unico uomo forte, senza costruirgli attorno una società che ha un’evidente carenza di leadership al suo vertice: un paradosso, per il club che ha la maggior continuità dal punto di vista della proprietà. I rossoneri sono nel bel mezzo di una confusa rivoluzione, dopo stagioni in cui ogni anima della dirigenza andava per conto suo, e i risultati si sono visti. In attesa di saperne di più (si spera a breve, poi Ibrahimovic dovrà commentare i Mondiali: vi immaginate Marotta a fare la seconda voce durante il mercato? No? Appunto), meglio stendere un velo pietoso. L’unica parziale alternativa all’Inter l’ha offerta il Napoli, non a caso l’unico altro club con una forte impronta dal vertice, a volte pure troppo. De Laurentiis, troppo vulcanico per assurgere a modello, paga però un ritardo strutturale rispetto alle big del Nord, e su questo non gli si può che dare ragione.
Un’alternativa interessante, per quanto meno romantica di quanto venga narrata - difficile simpatizzare con i più ricchi, e di parecchio, del lotto - la offre il Como. Al netto dei denari della famiglia Hartono, c’è un progetto. E ora c’è grande curiosità per vedere come gestirà le regole della UEFA. Lasciate da parte la questione italiani: ne comprerà un paio, mal che vada avrà una rosa più corta (l’unico vero effetto del non avere i famosi 4+4) e alla prima stagione in Champions non si possono certo pretendere miracoli. La cosa più rilevante, però, sarà vedere come fronteggerà il Fair Play Finanziario. Negli anni abbiamo assistito alle miserie di tutti i grandi club italiani, costretti a bilanci da lacrime e sangue perché “ce lo chiede l’Europa”. All’estero, invece, se ne fregano: guardare il City, il PSG, il clamoroso caso del Barcellona. Ecco, se il Como dovesse spendere e spandere, e poi alle eventuali sanzioni ci si pensasse dopo, sbugiarderebbe tanti club italiani che negli anni hanno nascosto dietro le angherie di Nyon la propria pochezza di denari.
Non è la povertà economica, ma quella d’animo, ad allontanare Paolo Maldini dal calcio italiano. L’ex direttore tecnico del Milan pare intenzionato a smentire se stesso - “C’è solo il Milan, sia in Italia che all’estero” - e a ripartire dal Fenerbahçe, con un ruolo da consulente. Un peccato, se si considera che Maldini è (era) considerato da Giovanni Malagò l’uomo di campo ideale da affiancare a sé nella sfida chiamata FIGC. Ed è ritenuto un po’ da tutti l’unico grande ex campione con un curriculum di livello anche da dirigente. Effettivamente, Maldini è da solo o quasi. Ci sono Albertini e Tommasi, che non sono stati campioni alla sua altezza (ma grandi ex giocatori) e vantano trascorsi dirigenziali di livello, però solo interni all’Assocalciatori. Ci sono, per il futuro, le speranze rappresentate da Gianfranco Zola e Giorgio Chiellini, che stanno costruendo un proprio percorso dirigenziale di alto livello ma, nonostante un’età diversa, sono ancora agli inizi. Poi, il vuoto. Totti vorrebbe un ruolo per cui non era pronto, Del Piero si è tenuto alla larga dalla Juventus (e viceversa), Buffon rischia d’essersi bruciato con il tracollo firmato da Gattuso, Baggio ha presentato un dossier di cui nessuno sa nulla e poi stop. Anche la generazione precedente - che pure, a differenza di quella di cui stiamo parlando, ha già espresso allenatori di alto livello - non è mai riuscita a offrire un grande dirigente. Eppure il mondo e la storia ci insegnano altro: ci sono e ci sono stati i Platini, Beckenbauer, Rummenigge e Boniek. Ma anche i Boniperti, Bettega, Facchetti e Rivera. È una preclusione loro o è il calcio italiano a respingere i grandi campioni del suo passato?











