Da predestinato a flop: il talento di Nagelsmann c'è, ma il campo presenta sempre il conto
"Io sono disponibile. Se la DFB mi vuole, guiderò la Germania in Nations League e nelle qualificazioni a Euro 2028. Altrimenti dovranno dirmelo. Non sono uno che scappa". Le parole pronunciate da Julian Nagelsmann dopo l'eliminazione ai sedicesimi di finale del Mondiale contro il Paraguay, arrivata ai rigori ma maturata al termine dell'ennesima prestazione deludente della Mannschaft, raccontano un allenatore deciso a resistere. Ma raccontano anche quanto rapidamente il calcio possa ribaltare le convinzioni.
Fino a pochi anni fa Nagelsmann era il simbolo della nuova generazione di tecnici. Il ragazzo prodigio dell'Hoffenheim, il visionario capace poi di trasformare il Lipsia in una delle squadre più moderne d'Europa, l'uomo per cui il Bayern Monaco aveva infranto ogni principio di sostenibilità, pagando circa 25 milioni di euro per strapparlo alla Red Bull e investendo complessivamente oltre 60 milioni tra indennizzo e ingaggio. Una cifra da top player, mai spesa prima per un allenatore.
La pressione delle due panchine più importanti
Eppure qualcosa si è inceppato. Al Bayern ha vinto, ma non ha mai davvero convinto. I risultati erano tutt'altro che disastrosi, soprattutto in Champions League, dove aveva dominato il girone e superato il PSG, ma la sensazione era quella di una squadra incapace di trovare equilibrio e di uno spogliatoio disunito. Così, la dirigenza colse l'occasione per affidarsi a Thomas Tuchel, ritenuto più pronto nella gestione di un gruppo di altissimo livello. L'esonero sembrava poter essere soltanto una battuta d'arresto. Sei mesi dopo arrivò la chiamata della Germania, quasi un'investitura; una scelta che appariva affascinante ma anche rischiosa, perché a 36 anni Nagelsmann rinunciava alle tante opportunità offerte dalla Premier League, dove diversi club erano pronti ad affidargli un progetto tecnico, per sedersi sulla panchina più pesante del calcio tedesco. Forse troppo presto.
Allenare una nazionale è un mestiere diverso. C'è meno tempo per incidere, meno margine per costruire automatismi, meno possibilità di imporre la propria filosofia. E soprattutto serve una leadership diversa rispetto a quella richiesta in un club. Il bilancio, finora, è impietoso: la Germania continua a vivere la stessa crisi attraversata con Hansi Flick e nell'ultimo periodo dell'era Low. Dopo tre Mondiali e due Europei chiusi ben prima delle aspettative, la nazionale non ha ritrovato identità né continuità. L'eliminazione contro il Paraguay rappresenta soltanto l'ultimo capitolo di una lunga parabola discendente.
Un nuovo progetto, magari lontano da casa
Sarebbe però un errore riscrivere la storia. Nagelsmann non era un'invenzione mediatica, né un bluff. Allo stesso tempo, è evidente che il salto verso l'élite assoluta si sia rivelato più complicato del previsto. La domanda, adesso, è inevitabile: chi sarà disposto ad affidargli un'altra panchina di primissimo livello? Uno scenario che appare molto lontano, anche se Nagelsmann ha appena 39 anni: per un qualsiasi allenatore è ancora l'inizio della carriera. Il rischio è che abbia voluto bruciare le tappe, arrivando troppo presto sulla panchina del Bayern e, subito dopo, su quella della Germania. Forse qualche stagione lontano dalla pressione di dover rappresentare un'intera nazione gli avrebbe consentito di completare il proprio percorso di maturazione.
Da predestinato a tecnico sotto processo il passo è stato brevissimo. Tornare a essere uno degli allenatori più ricercati d'Europa, invece, richiederà molto più tempo. E stavolta non basteranno le idee: serviranno risultati. Quelli che non sono arrivati con la Germania e che probabilmente gli costeranno il posto.






