Bologna, il metodo Sartori colpisce ancora? Tedesco nel solco di Motta e Italiano
Ogni estate, a Bologna, sembra quella della fine di un ciclo. E ogni estate, puntualmente, il campo racconta una storia diversa. È successo quando Thiago Motta ha salutato dopo aver scritto una delle pagine più belle della storia rossoblù, riportando il club in Champions League sessant'anni dopo l'ultima volta. In molti avevano immaginato un inevitabile ridimensionamento. Invece è arrivato Vincenzo Italiano e, al primo anno, ha riportato sotto le Due Torri un trofeo che mancava da 51 anni: la Coppa Italia.
È successo ancora quando Dan Ndoye, simbolo della notte dell'Olimpico, ha lasciato Bologna. Un'altra perdita pesante, un altro presunto punto di non ritorno. Eppure il Bologna ha saputo trovare nuove risorse, riscoprendo un Jonathan Rowe capace di incidere e diventare protagonista.
Ora il copione sembra ripetersi. Vincenzo Italiano è ai saluti e il suo posto dovrebbe essere occupato da Domenico Tedesco. Sarà un'altra intuizione vincente di Giovanni Sartori? Nessuno può saperlo oggi. Quello che però la storia recente del Bologna insegna è che questa società ha costruito la propria crescita su idee, programmazione e capacità di anticipare il cambiamento, senza subirlo. Per questo motivo, nonostante l'addio di un allenatore che ha lasciato un segno profondo, nell'ambiente rossoblù prevale la fiducia. Fiducia in un progetto che continua a evolversi pur cambiando pelle stagione dopo stagione.
La scelta di Tedesco, del resto, rappresenta probabilmente la più europea che il Bologna potesse compiere. Non soltanto per il suo profilo internazionale o per la capacità di esprimersi fluentemente in sei lingue – italiano, tedesco, inglese, francese, spagnolo e turco – ma soprattutto per il percorso professionale e per la visione calcistica che lo accompagna.
Paradossalmente, il passaggio di consegne sulla panchina rossoblù sembra quasi un gioco del destino. Se Vincenzo Italiano è nato a Karlsruhe, in Germania, ma è cresciuto in Sicilia fin dai primi mesi di vita, Domenico Tedesco rappresenta il percorso inverso: nato a Rossano, in Calabria, si è trasferito da bambino in Germania, dove è cresciuto e si è formato sia come uomo sia come allenatore.
Anche il suo cammino è diverso rispetto a quello del predecessore. Italiano ha vissuto il calcio da protagonista in campo, costruendo una lunga carriera da professionista prima di diventare allenatore. Tedesco, invece, arriva da un'altra strada. Laurea universitaria, lavoro alla Mercedes-Benz nel settore dell'acustica e il calcio coltivato come passione, allenando nei settori giovanili.
Una storia insolita che lo ha portato, passo dopo passo, fino alla grande occasione con lo Schalke 04. Qui, poco più che trentenne, si è imposto all'attenzione del calcio europeo con un sorprendente secondo posto in Bundesliga, diventando uno dei volti della nuova generazione di tecnici tedeschi: preparati, analitici, flessibili e orientati ai principi più che agli schemi rigidi.
Dopo l'esperienza a Gelsenkirchen sono arrivate le tappe allo Spartak Mosca e soprattutto al Lipsia, probabilmente il punto più alto della sua carriera. Con il club della galassia Red Bull ha conquistato la Coppa di Germania, il primo grande trofeo della storia della società, raggiungendo anche la semifinale di Europa League.
Successivamente sono arrivate le esperienze con la nazionale belga e con il Fenerbahçe. Percorsi con risultati meno brillanti rispetto al passato, ma che hanno ulteriormente arricchito il bagaglio internazionale di un allenatore che, a soli 40 anni, ha già lavorato in contesti molto diversi tra loro.
Ma che Bologna potrebbe essere quello di Domenico Tedesco?
L'etichetta più semplice sarebbe quella di tecnico da 4-2-3-1. In realtà si tratta di una definizione riduttiva. Tedesco non è un integralista dei moduli, ma un allenatore pragmatico, capace di adattare principi e strutture alle caratteristiche della rosa a disposizione.
Uno degli aspetti che lo avvicina a Italiano è sicuramente l'intensità senza palla. Le sue squadre praticano un pressing aggressivo e organizzato, con dati che negli anni migliori lo hanno collocato tra gli allenatori più efficaci d'Europa nel recupero alto del pallone.
La differenza emerge soprattutto nella gestione del possesso. Se il Bologna di Italiano era caratterizzato da ritmi elevati, verticalizzazioni immediate e continua ricerca della superiorità attraverso il movimento, il calcio di Tedesco tende a essere più controllato. Una filosofia che, per alcuni aspetti, richiama quella vista sotto la guida di Thiago Motta.
Le sue squadre amano costruire dal basso, mantenere il controllo del pallone, occupare razionalmente gli spazi e creare superiorità nelle zone strategiche del campo. L'obiettivo non è correre di più, ma correre meglio.
Per questo motivo Tedesco viene spesso descritto come un "ingegnere del calcio". Una definizione che si sposa perfettamente con il suo percorso personale e professionale. Un tecnico che costruisce sistemi funzionali ai giocatori che ha a disposizione, cercando il massimo rendimento collettivo.
Anche nella gestione del gruppo emergono analogie con il recente passato rossoblù. Come Italiano, infatti, Tedesco è un convinto sostenitore delle rotazioni e di un utilizzo profondo della rosa. Una filosofia che gli ha garantito successi importanti, ma che in alcune esperienze gli ha attirato anche critiche per l'eccessiva alternanza degli interpreti.
Ciò che appare evidente è che il Bologna non sta scegliendo un semplice sostituto. Sta scegliendo un allenatore che si inserisce perfettamente nel percorso intrapreso negli ultimi anni: un calcio moderno, europeo, offensivo e organizzato.
Perché se c'è una lezione che il Bologna ha imparato a impartire al proprio ambiente è questa: i protagonisti passano, il progetto resta. E finora, ogni volta che sembrava finita, era soltanto l'inizio di un nuovo capitolo.











