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Genoa a 777 Partners, Vulpis: "Il calcio italiano ha appeal, ma è rimasto indietro"

ESCLUSIVA TMW - Genoa a 777 Partners, Vulpis: "Il calcio italiano ha appeal, ma è rimasto indietro"TUTTOmercatoWEB.com
giovedì 23 settembre 2021 18:53Serie A
di Ivan Cardia

"Il calcio italiano è un prodotto conosciuto in tutto il mondo. Ha un appeal di default, che va al di là della presenza di top player". Metà Serie A in mano estera: col passaggio del Genoa al fondo 777 Partners, le proprietà straniere nel massimo campionato salgono a otto. Di questo trend abbiamo parlato con Marcel Vulpis, oggi vicepresidente vicario di Lega Pro ma, prima di questo incarico istituzionale giornalista economico e fondatore dell'agenzia di stampa Sporteconomy: "C'è da capire quale sia la scommessa che fa chi entra nel nostro sistema. Se si parla di trader - dice a TMW - l'obiettivo è rientrare degli investimenti con un margine di profitto. Mi spiego: compro una società a 100 milioni, la rivendo dopo qualche anno a 200-250. Se invece si parla di imprenditori che vogliono fare calcio, fanno gola squadre che hanno brand con un forte blasone".

Come per esempio il Genoa.
"Esatto, ma penso anche a chi in futuro dovesse acquistare la Sampdoria, se e quando accadrà. Sono due marchi fortissimi, con un'identità fortissima, ma da un altro punto di vista sono anche club che hanno bisogno di capitale. Le risorse che entrano dovranno servire per ripartire con un progetto sportivo importante, ma anche per una ristrutturazione della gestione aziendale. Quando si parla di una società di calcio non si parla più soltanto della parte sportiva, c'è il corpo dell'azienda da gestire in modo sano. Se sono imprese, a fine anno devono fare utile; altrimenti sono progetti con carenze strutturali che generano ogni anno delle perdite".

La crisi economica seguita alla pandemia può aver accelerato alcuni processi?
"Probabilmente sì, ma perché si è innestata sulle difficoltà strutturali del calcio italiano. A volte noto delle letture astruse della realtà: non è il Covid ad aver messo in ginocchio il calcio italiano. Ma torniamo al punto: questi ultimi 24 mesi possono aver creato ulteriori problemi e aver accelerato questo processo di vendita, è vero. Questo perché gli imprenditori italiani non riescono più a drenare risorse dal patrimonio interno. Puoi essere un magnate, ma queste imprese a un certo punto devono generare utili. Se non lo fanno, con dei costi di gestione molto elevati, è abbastanza normale che ci siano dei cambi. Il calcio italiano sta un po' mutando pelle".

All'americana: sulle otto proprietà straniere, sette arriva da oltreoceano.
"Che siano principalmente investitori americani può portare nel tempo a una serie di riflessioni. Come mai non siamo riusciti a intercettare un filone mediorientale o russo? È una domanda da porsi. Io penso al caso della Roma: Friedkin ha acquistato un club che porta il nome della capitale d'Italia. È un brand importantissimo, ma chiaramente non basta: oggi bisogna fare sport e business insieme. 40/50 anni fa l'attenzione era solo sul progetto sportivo, ora è un mix di entrambe le cose. Non basta più pensare a vincere il campionato: se vinci ma sbagli a livello economico poi pagherai quella stagione nelle successive".

Tra i problemi strutturali del calcio italiano di cui parlava, il più rilevante sono gli stadi.
"L'impiantistica sportiva è un tema da affrontare, nessun dubbio. Ricordo un articolo uscito sul Messaggero quando avevo 24 anni: il sindaco di Roma diceva che la città aveva il diritto di avere due stadi. Sono passati trent'anni, dove sono questi stadi? Abbiamo perso dei treni clamorosi, non abbiamo sfruttato determinate opportunità. Siamo usciti da Italia '90 con degli stadi nuovi ma già vecchi. Non c'è stata una progettualità da questo punto di vista: oggi lo stadio non lo devi guardare da qui a un anno, dev'essere attuale ma già futuribile. Deve poter intercettare il tifoso del futuro, il ragazzino che guarda gli E-Sports e va attirato, altrimenti perdi la generazione e sei fregato. Quella degli stadi che generano ricavi è in parte una favoletta: lo fanno se fatti con una visione prospettica. Se fatti all'italiana, con una visione che guarda al massimo a domani mattina, non portano lontano. Il calcio deve diventare un prodotto di sport entertainment: altri mondi, penso alla musica, sono in continua evoluzione. Il calcio no, è rimasto fermo, si è chiuso in sé stesso, ha dato per scontato il tifoso".

Qualcosa però si è mosso negli anni.
"Lo stadio della Juve ha dieci anni, ma il progetto è di undici anni prima. Abbiamo alcuni esempi, tra Udine e Frosinone, Sassuolo e Bergamo. Ma in generale siamo lenti rispetto alla concorrenza. Penso agli sponsor della Premier League, per cambiare argomento: l'85 per cento sono multinazionali. Da noi vale la divisione opposta, solo il 15 per cento degli sponsor della Serie A sono grandi multinazionali. Un altro caso emblematico è il legame col mondo alberghiero: se vado a Barcellona, l'hotel mi propone subito la partita. Perché in Italia non si è fatto un accordo con Federalberghi? La Roma ha provato anni fa a muoversi in tal senso, ma prima va creato un sistema attorno al calcio".

A proposito degli arabi, che mancano: questo ritardo strutturale può spiegare il perché? Chiarisco: l'Italia non è a un livello tale da poter rappresentare un megafono come il PSG o il City, che è la cosa che più interessa a quel mondo.
"Può essere una chiave di lettura. Da questo punto di vista, il modello Italia al momento magari non ha grandissimo appeal, ma può averlo in una logica di medio-lungo periodo e la vittoria dell'Europeo lo conferma. Ma torno su un punto: anni fa ho intervistato l'AD dell'O2 Arena a Londra, impianto di Londra gestito dall'AEG. Gli chiesi perché avessero scelto Londra. Mi spiegò che avevano esaminato 24-25 città europee. Milano e Roma dove si erano piazzate? 24esima e 25esima. Per questo dico che lo stadio non basta, devono girare tutta la città e il sistema attorno. Condivido per esempio l'indirizzo di Malagò, che ha detto che serve il ministero dello Sport. Non solo per il calcio, sia chiaro. Se tutto il sistema cresce arrivano investitori e con loro arrivano ricavi: è la logica che per esempio stiamo cercando di attuare anche in Lega Pro".

Torniamo alle proprietà straniere. In molti casi sono fondi. Non c'è un po' di rischio nell'accogliere questi soggetti?
"Credo di no. Diciamo che è un'evoluzione naturale: il nostro mondo ha bisogno di liquidità, questi sono soggetti che ne hanno da offrire. Poi bisogna vedere che fondi sono e che obiettivi si pongono. Penso a Elliott, ricordi il modo in cui è entrato nel Milan: l'obiettivo era recuperare i fondi messi dentro. Ora magari è entrato in una logica di gestione e si sta trasformando in qualcosa di diverso. In generale, tutti i fondi fanno una scommessa su un progetto e poi, se genera utili collegati, ci credono, altrimenti rimettono a posto la società e poi vendono. Penso che anche il trading possa avere una sua funzione in una logica di medio periodo, anche se chiaramente si deve puntare su chi mette i soldi e poi resta. Per me che ci possano essere delle rotazioni non è un fatto negativo".

Non si pone anche un problema di trasparenza?
"Mah, non si può fare altro che fidarsi dei controlli fatti a monte. Al momento, tolto il caso di Yonghong Li, mi pare che non ci siano stati altri problemi ad alti livelli con gli stranieri. La questione, del resto, è solo una: qual è l'alternativa? Siamo un mercato pronto per l'azionariato popolare? Secondo me no, neanche in forme miste. Devono crescere tutti. Non è solo questione di nomi o di credibilità".

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