Toscana, India e Arabia Saudita, il viaggio di mister Gracia: "Il calcio è un linguaggio universale"
In un’epoca in cui la competenza italiana varca sempre di più i confini nazionali, il prestigio dei nostri tecnici non si riflette solo e soltanto sulle panchine delle prime squadre. Niccolò Gracia, allenatore classe 1987, rappresenta perfettamente questa nuova frontiera, con un percorso nato in Italia e poi sviluppatosi e consolidatosi all’estero. Ai microfoni di TuttoMercatoWeb Gracia ha condiviso la sua storia, attraverso le evoluzioni di un calcio che, oggi più che mai, parla una lingua universale.
Mister, partiamo dal presente: di cosa ti occupi al momento in Arabia Saudita?
Sono arrivato nel 2023 all’interno di Mahd Academy, ovverosia l’Accademia del Governo saudita. Quest'anno siamo venuti con la nostra l’U18 in Italia per una stagione, per svolgere una serie di amichevoli con squadre italiane di alto livello, aumentare la competitività delle partite e cercare di elevare e sviluppare il livello dei nostri giocatorI. L’ottica, ovviamente, è tutta rivolta al Mondiale che tra otto anni organizzerà proprio l’Arabia Saudita. I ragazzi adesso stanno vivendo e studiando in Italia, in una struttura all’avanguardia come la H Farm, vicino Treviso.
Tutto il Paese si sta mobilitando per la kermesse del 2034?
In un contesto altamente professionale come Mahd Academy l’obiettivo è quello, in quanto espressione del Governo saudita, ma ci sono anche i club che si stanno attrezzando in tal senso, su tutte l’Al Qadsiah ma anche l’Al Hilal, l’Al Nassr, l'Al Ittihad, l'Al Ettifaq e l'Al Ahli, che stanno investendo molto sullo sviluppo del talento nel Paese.
Quali sono i tratti distintivi dei giovani calciatori sauditi?
In primis direi senso di appartenenza, orgoglio e voglia di dimostrare il proprio valore. Rispetto a un pari età europeo magari pagano qualcosa a livello fisico, ma tecnicamente il livello medio è alto. Vedo molta fame e disciplina, elementi utili per lo sviluppo del calcio in Arabia.
Dal 2017 al 2021 sei stato in India, lavorando nel settore giovanile del Punjab FC. Che esperienza è stata e quali credo siano i principali margini di sviluppo per le academy indiane?
All'India manca continuità a livello di strutture e di competizioni. Il cricket fa ancora la voce grossa nel Paese e senza una chiara organizzazione il rischio è la dispersione del talento. Quando sono arrivato nel Punjab FC il club era nato da poco e abbiamo costruito una rete di scouting in giro per l’India: è stata una esperienza di quattro anni bella e stimolante, e penso che adesso stiano raccogliendo i frutti del nostro lavoro, visto che dal club esce il 50% dei convocati nelle Nazionali Under. I margini di miglioramento sui giovani sono tantissimi, a partire dalle questioni alimentari e dai protocolli di nutrizione. Quest’anno, poi, la Indian Super League per varie problematiche è iniziata in ritardo e durerà solo tre mesi. E se questo accade con le prime squadre… A livello giovanile, inoltre, si sono registrati anche numerosi case di frode sull’età comunicata dai giovani stessi. Il lavoro da fare è tanto.
Ripartiamo dall’inizio e dal tuo percorso in Toscana.
La passione per il calcio e la panchina l’ho ereditata da mio padre, che è stato anche il mio primo allenatore. Ho fatto un percorso nel futsal fino alla Serie B e poi, dopo la laurea in Scienze Motorie, ho preso il patentino Uefa A e la certificazione di analista Sics. Dopo una serie di esperienze ho allenato l’U13 con l’Empoli e da lì poi è nata l’opportunità di andare in India, prima di tornare in Italia e allenare la U14 della Fiorentina e, dopo una breve esperienza con il Signa in Eccellenza, approdare in Arabia Saudita.
Qual è l’elemento che accomuna tutte queste esperienze?
Il principale comune denominatore deriva sicuramente dal fatto che il calcio è un linguaggio universale: dove ho lavorato la meritocrazia ha ancora un valore e sono contento di aver raggiunto tutti questi traguardi da solo e senza un agente. E poi un po’ il caso, perché l’esperienza in India così è nata, tramite un contatto conosciuto durante il corso per il patentino Uefa B.
Da allenatore italiano all’estero come valuti il movimento di casa nostra al momento?
Non credo sia vera la questione sulla mancanza di giocatori o di talento: ciò che manca davvero è il coraggio. Le Nazionali giovanili negli ultimi anni hanno fatto benissimo – penso per esempio alla vittoria dell’Under 17 nell’Europeo del 2024 – ma poi di quella rosa in pochissimi hanno già trovato spazio nelle prime squadre, a differenza di quanto già successo con gli omologhi del Portogallo o della Spagna. In sostanza: i bravi giovani ci sono, ma manca a livello di sistema la volontà di aprir loro le porte.
Hai lavorato nell’Empoli e nella Fiorentina: sono eccezioni positive nel contesto italiano?
Sì, sebbene con caratteristiche diverse. L’Empoli a livello di “potere d’acquisto” non è paragonabile alla Fiorentina ma ha una fortissima attrattiva a livello giovanile e lavora benissimo sul campo, come del resto la stessa Fiorentina a livello di tecnici che di strutture e di metodologia, ma non sono le uniche: penso alle big della nostra Serie A ma anche al Cesena in B e il Vicenza in C, per citare altre categorie. La questione, a mio avviso, si riduce al coraggio e alla fiducia che il sistema ha intenzione di dare al giovane calciatore.
In futuro ti immagini alle prese con una prima squadra?
Il range che prendo in considerazione è quello che va dall’Under 17 fino ai grandi: credo di essere molto fortunato in un contesto come quello della Mahd Academy, sia per la qualità di investimenti che per le persone che lavorano all’interno. In quindici anni ho allenato in tanti contesti diversi e ho imparato che ciò che fa la differenza è il progetto, non tanto l’appeal che un nome si porta dietro.











