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Rivoluzione Milan: un nuovo modo di fare calcio e business. Inter-Atalanta, buoni rapporti e incomprensioni. Sempre gli stessi nomi: mancano fantasia e coraggio, non soldi

Rivoluzione Milan: un nuovo modo di fare calcio e business. Inter-Atalanta, buoni rapporti e incomprensioni. Sempre gli stessi nomi: mancano fantasia e coraggio, non soldi TUTTOmercatoWEB
Ivan Cardia
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Ivan Cardia
mercoledì 10 giugno 2026, 18:13Editoriale

“Scopri la governance dell'AC Milan: presidente, vice-presidente, direttore sportivo della tua squadra rossonera”. Chi cerca su Google l’organigramma del Milan si imbatte nella meta-descrizione del sito ufficiale del club di Via Aldo Rossi e il primo impatto è: ah, bene, avranno deciso. Inevitabile la delusione nel cliccare: cinque dirigenti, dal presidente Paolo Scaroni in giù, i cui incarichi sono rigorosamente declinati in inglese - ma questo non è un malcostume solo milanista, ahinoi -, nessuno dei quali è il direttore sportivo, né (per dire una banalità) l’amministratore delegato.

Non va meglio alla sezione allenatore: un foglio bianco, che per la cronaca nemmeno il Napoli può ancora riempire, dato che Massimiliano Allegri non ha nessun interlocutore per risolvere il suo contratto. A più di due settimane dall’azzeramento dei vertici del club, non c’è nessuna novità. Il patron Gerry Cardinale è sceso direttamente in campo, portando avanti casting anche con chi - impegnato con nazionali prossime ai Mondiali - per il momento ha altri pensieri per la testa. Come Zlatan Ibrahimovic, che i tifosi rossoneri d’oltreoceano potranno godersi su Fox Sports nella veste di commentatore della rassegna iridata: sui social documenterà con dovizia di particolari il tutto, immaginiamo nuove piogge di commenti entusiastici.

E se avessero ragione loro? A questo punto, viene quasi il dubbio di sbagliarsi. Da anni i club del massimo campionato ci propinano la manfrina delle società che sono a tutti gli effetti multinazionali, del calcio che è diventato un business, della serietà di uno dei “principali asset industriali del Paese”. Ecco, forse la strada è davvero prescindere completamente dalla struttura sportiva. Azzerarla senza avere nemmeno un nome tra le mani. Certo, in nessun altro settore produttivo e industriale avviene così. Poche settimane fa Apple ha annunciato che Tim Cook non sarà più il CEO - cambierà ruolo, sempre all’interno dell’azienda - e contestualmente ha reso noto chi sarà il suo successore. Un esempio tra milioni: fanno tutti così. Ma magari il Milan ha trovato la chiave per coniugare calcio e business, magari hanno ragione loro. È la nuova frontiera del pallone: l’importante è che ci sia il Chief Revenue Officer - cioè il dirigente che si occupa della crescita complessiva dei ricavi -, poi l’allenatore si farà. Ed è appena il caso di notare che il tecnico non sia l'unica casella mancante (anche altri club hanno simili dubbi, per esempio il Lecce), e magari anche qui c'è una strategia: ne resterà solo uno, quello che più di tutti vorrà il Milan, nonostante tutto... Ancora più grave, in realtà, è non avere ad e ds. Auguriamo comunque ai tifosi rossoneri che avvenga in tempo per il prossimo campionato. Nel frattempo, è stato addirittura pianificato il precampionato, come se il tecnico fosse un accidente.

Da una sponda all’altra di Milano, da un po’ di tempo Inter e Atalanta si parlano senza capirsi. Non nei palazzi della politica: lì i rapporti sono davvero ottimi, Beppe Marotta guida la nouvelle vague del calcio italiano e Luca Percassi è uno dei suoi più solidi alleati. Nel vuoto pneumatico che circonda il presidente dell’Inter, l’ad della Dea è d’altra parte una delle figure più rilevanti sotto questo profilo. Gli uffici sono ottimi anche in sede di calciomercato, peccato che poi sembri di rivedere un film già visto: l’Inter vuole un giocatore dell’Atalanta (l’anno scorso Ademola Lookman, ora Marco Palestra) e si convince di poterci arrivare alle sue cifre, non a quelle richieste da Bergamo. Poi qualche affare spunta fuori lo stesso - per esempio Zalewski - e questa volta molto probabilmente andrà diversamente (trattare è il gioco delle parti), ma per ora uno dice 45 e l’altro 60. Si direbbe che c’è da venirsi incontro, ma storicamente l’Atalanta non lo fa più di tanto, fedele a una filosofia che l’ha portata a essere quello che è.

Le cifre di Palestra, giuste perché il prezzo lo fa chi vende ma indubbiamente alte dopo una stagione in A (però da predestinato), fanno riflettere su un altro aspetto. Che non riguarda solo l’Inter o l’Atalanta: spesso alcuni nomi sembrano diventare all’improvviso gli unici. Magari perché sono quelli giusti, magari perché mancano idee. È il caso di tante trattative che leggiamo e raccontiamo: per la Juventus torna Kolo Muani (che in origine non era nemmeno un’idea di Comolli, ma tant’è), per il Milan torna Mateta, e via dicendo. Come se il database di calciatori fosse davvero molto ristretto e limitato ai soliti pochi noti. Spesso legati ad alcuni - pochi - agenti: funziona così (le inchieste sui rapporti opachi fanno sempre flop: opaco non vuol dire illegale), ma l’impressione è che spesso manchino idee, più che soldi.

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