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MLS is back, l'italiano Sartini a Vancouver: "Giovani, stadi: qui è il futuro"

ESCLUSIVA TMW - MLS is back, l'italiano Sartini a Vancouver: "Giovani, stadi: qui è il futuro"
© foto di Whitecaps
venerdì 16 aprile 2021 21:00Serie A
di Marco Conterio

MLS is back! Stanotte riparte la stagione del soccer statunitense e Tuttomercatoweb.com la celebra con uno dei pochissimi (due!) italiani negli States. Si tratta di Vanni Sartini, responsabile del settore giovanile dei Vancouver Whitecaps, manager dell'Under 23 e uomo che, di fatto, ha 'formato' tutti i tecnici a stelle e strisce ora in MLS. "Arrivo dal Settore tecnico della Federazione, ho allenato nei Dilettanti, poi ho avuto la fortuna di lavorare con Davide Nicola per due anni prima di prendere una decisione di tentare il percorso internazionale. Eravamo a Bari, volevo provare questa esperienza: ero il responsabile dei corsi internazionali a Coverciano. Tra i contatti che avevo l'offerta migliore avuta è stata dagli Stati Uniti. Ho lavorato tre anni con la Federazione, in pratica ho allenato tutti gli allenatori nordamericani ora in MLS...".
E poi è arrivato in Canada.
"Mentre facevo i corsi ho conosciuto Marc dos Santos e mi ha chiesto di fare il secondo. L'ho fatto per due anni, poi la società mi ha proposto di guidare il settore giovanile".
Che percorso sta prendendo questa MLS?
"La MLS è da dividere dal 1996 al 2010 e la fase successiva. Quello era un calcio universitario: dettero le squadre ai migliori tecnici delle università. Erano degli scout ma non grandi capacità tattiche. Negli ultimi anni è cambiata una cosa: tanti ex calciatori che erano a giocare in Europa, che hanno visto come si lavorava da noi, sono diventati tecnici, e hanno portato un know how diverso. Il ct Greg Berhalter, per esempio, Vermies a Kansas, Vanney ai Galaxy. Poi, negli ultimi anni, sono venuti allenatori bravi anche dall'estero e questo ha portato tutti a migliorarsi".
Tatticamente che campionato è?
"L'intensità la fa da padrona. E' un mondo speciale: il mercoledì sera abbiamo giocato in casa a Vancouver e il sabato a Orlando. Un europeo non ha in mente quello che è qui, le distanze, gli spostamenti".
E le regole sulla costruzione delle rose.
"Qui c'è la regola del salary cap. Sono tanti soldi per pochi giocatori, questo porta differenza di valori in alcune posizioni. Ci sono alcuni di altissima qualità in dei ruoli, altrove meno. Qui c'è il classico 'numero 10': le squadre vincono spesso perché lì hanno alcuni giocatori che sono i migliori. Lodeiro, Zelarayan, per esempio. Si perde palla più spesso, perché forse c'è meno qualità tecnica, però le condizioni devono essere fisicamente alte. Ed è questa la ragione per cui si vince sempre in casa e se vinci sempre in casa vai ai play-off".
Un percorso di crescita verticale.
"Sta crescendo enormemente. Pre-Covid stava andando su in modo esponenziale: dal punto di vista del reclutamento, non arrivano più i grandi a fine carriera, ora le squadre comprano sudamericani, giovani, di alta qualità, rivendendoli. Un esempio è Almiron che è andato al Newcastle. La qualità sta aumentando in campo, poi a livello societario si sta diffondendo quel che non c'era prima: il direttore sportivo".
Un ruolo essenziale.
"Si sono resi conto che il tecnico non può far tutto. Serve una struttura a livello di scouting, di mercato, questo ha dato un grande plus a livello di ricerca dei giocatori. In più c'è il fatto che nei settori giovanili, se si è lavorato bene negli ultimi dieci anni, i frutti ci sono".
E lo si vede dagli americani sbarcati in Europa.
"La Roma ha preso Reynolds, Aaronson è andato a Salisburgo, Sargent ora al Werder, Dest al Barcellona. Sono tutti ragazzi giovani che vengono dalla Academies americane e ora sono dei giocatori da top club, così come McKennie".
Vede nel 2026 una top americana a giocarsela con le grandi europee?
"Penso sia più facile vedere gli Stati Uniti tra le grandi che vedere una squadra di MLS competere con le grandi del mondo".
In Italia c'è però ancora una visione distorta della MLS.
"L'idea è quella della vecchia MLS: il terreno giusto solo per 32enne a fine carriera. Ora vale il contrario. Il profilo che adesso interessa è quello del ragazzo giovane che può essere poi rivenduto. La problematica è di regole: c'è il salary cap, al di fuori di questo ci sono tre designated players che puoi comprare. Però anche il costo del cartellino va nel salary cap. Se lo prendi in prestito, conta solo lo stipendio".
Un regolamente unico e difficile
"E non solo. Ogni squadra ha 20 senior roster spot e 10 supplementar roster spot. I 20 devono avere un tot di stipendio. La base è 10 stranieri ma se non ne voglio, posso vendere gli spot per soldi a un'altra franchigia".
E da voi, a Vancouver, le difficoltà aumentano.
"In Canada è più difficile ottenere la green card. Faccio un paragone col calcio inglese. In un certo senso noi siamo come il Cardiff: la MLS è americana e 'accetta' franchigie canadesi. Tra le problematiche, siamo dovuti andare a vivere quattro mesi a Portland. La prima squadra ora va a vivere a Salt Lake perché il confine è chiuso".
E lei è tra i pochissimi italiani.
"Lo scorso anno eravamo io e Pepito Rossi che ha giocato a Salt Lake. C'è un italiano tra i preparatori atletici a Columbus. Poi c'è Giovanni Savarese a Portland, che è italo venezuelano".

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