Il giramondo Cusin: "Comore, che orgoglio! Il futuro? Un nuovo progetto di valore"
Stefano Cusin è tra i simboli di un calcio sempre più cosmopolita e multiculturale. Il tecnico italiano in 25 anni di carriera ha girato il mondo: Africa, Medio Oriente e Europa, con i club e con le Nazionali. Dall’ottobre 2023 allo scorso marzo è stato CT delle Comore, uno Stato insulare dell’Africa orientale di poco meno di un milione d’abitanti. Una delle tante storie, professionali e non, che hanno arricchito il suo bagaglio di esperienze.
Mister, qual è il bilancio di questa tua ultima avventura?
Il percorso con le Comore si è chiuso, sì, ma lasciandomi enorme orgoglio. Con il mio staff abbiamo preso una Nazionale reduce da una mancata qualificazione alla Coppa d’Africa e numero 135 nel ranking FIFA: partiti con l’idea di ricostruire il gruppo e dare un’impronta di gioco, con tutte le componenti in causa, federazione e governo compresi, secondo me siamo andati molto oltre, facendo un lavoro straordinario. La squadra è cresciuta di trenta posizioni nel ranking e il valore della rosa, da 3 milioni, si è assestato sui 21. Alcuni Nazionali avevano certamente già una loro rilevanza, ma abbiamo contribuito anche alla crescita di tanti giovani che poi sono sbarcati in squadre più importanti. Abbiamo vinto 12 partite su 24, superando anche Ghana, Tunisia e Capo Verde che vedremo a breve al Mondiale. Siamo arrivati primi nel girone di qualificazione alla Coppa d’Africa e siamo stati a lungo in corsa proprio per il Mondiale: quello che ci ha penalizzato è stato sicuramente aver dovuto giocare due anni fuori casa per l’indisponibilità dello stadio. Nel calcio sono i numeri a dire se un lavoro è stato fatto bene o no e io, numeri alla mano, sono molto orgoglioso.
Che Coppa d’Africa è stata per le Comore?
In primis devo dire che è stato un’onore far parte della partita inaugurale contro il Marocco anche se, certamente, essere inseriti nel loro girone ha complicato il tutto. Per spiegare il contesto: i miei difensori centrali, che giocano nella quarta serie francese, si sono trovati ad affrontare Brahim Diaz del Real Madrid. Nonostante questo però, per un’ora, abbiamo fatto anche bene, con una clamorosa occasione per segnare, ma il Marocco ha poi dimostrato di essere più forte e ha vinto. Il rammarico per non aver superato il girone, più che per lo 0-0 con il Mali, è stato per lo 0-0 con lo Zambia, una partita dominata e con un gol annullato a mio avviso ingiustamente dal VAR. Questo però è il calcio.
Che livello è emerso da quest’ultima edizione?
Tutte le grandi Nazionali sono arrivate in semifinale: Senegal, Marocco, Egitto e Nigeria erano a mio avviso, fin dall’inizio, le più forti. Il fatto di giocare tra dicembre e gennaio, e quindi in condizioni climatiche migliori, ha agevolato lo spettacolo: le infrastrutture erano eccellenti, l’organizzazione perfetta e credo sia stata l’edizione della Coppa d’Africa più bella. Con un’eccezione…
La finale.
Un vero peccato, uno spettacolo incredibile vanificato da quanto accaduto. La competizione avrebbe meritato un esito diverso: sul campo il Senegal aveva mostrato qualcosa in più, ma alla base di tutto ci sono stati alcuni errori tecnici incredibili da parte dell’arbitro nella gestione dell’uscita dal campo da parte dei giocatori del Senegal. Solo dopo, eventualmente, si può discutere se fosse o meno rigore quello poi sbagliato da Brahim Diaz. Non potendo ripetere la partita, ma essendo stati commessi errori troppo gravi e da cui non si può tornare indietro, paradossalmente la decisione più giusta sarebbe quello di non assegnare il trofeo.
Dopo la decisione di non rinnovare con le Comore sei stato a un passo dal diventare CT di un'altra Nazionale, è così?
Già prima delle Coppa d’Africa alcune Nazionali si erano interessate al mio lavoro: quando batti la Tunisia in trasferta – e la Tunisia non perdeva tra le mura amiche da 14 anni in un match di qualificazione – attiri sicuramente l’attenzione. Personalmente ho sempre cercato di non pensare a questo, per non deconcentrarmi e rimandare il tutto alla fine di una competizione importante come la Coppa d’Africa. L’Angola è quella però che mi ha cercato con più insistenza. Ci siamo incontrati a Lisbona, abbiamo parlato di giocatori e mi avevano mandato anche un pre contratto. Io, in virtù di questo, avevo anche iniziato a seguire i calciatori angolani che giocano in Italia. La trattativa era ben avviata, per loro ero la prima scelta. Poi, alla fine, al momento delle varie firme, il tutto non si è concluso a causa di alcune clausole e per altri aspetti legati agli obiettivi prefissati. L’ambizione era quella di costruire una forte e vincente, ma per far questo sarebbero serviti determinati passaggi.
Cosa cerchi dunque dalla tua prossima avventura?
Sono reduce da due esperienze incredibili con Sud Sudan e Comore. Dalla prima, come direttore tecnico delle Nazionali oltre che CT della Nazionale maggiore, mi porto dietro la soddisfazione di esserci qualificati anche con la U17 che con la U20 alla Coppa d’Africa di categoria. Solo Nigeria e Senegal sono riusciti a fare altrettanto. In virtù di questo non mi sono mai considerato solo un allenatore, ma anche un generale manager, avendo acquisito competenze – spesso nate da situazioni d’emergenza o per esigenze specifiche - da poter utilizzare in più ambiti. Lavorare alle Comore mi ha dato la possibilità di farmi conoscere anche da tante società del Belgio e della Francia, che hanno riconosciuto nel gruppo un’ottima organizzazione tattica. Non escludo quindi di poter tornare in Europa, magari con una squadra ambiziosa desiderosa di portare avanti un progetto serio tramite la valorizzazione dei giovani.
A proposito di Nazionali: dalla tua prospettiva internazionale cosa pensi della terza mancata qualificazione a un Mondiale dell’Italia?
Un vero peccato, sopratutto per un Paese che per tanti anni è stato un modello di calcio, sia a livello di Nazionale che di club. Sono stati fatti errori di valutazione pesanti: ad una persona che arriva in ospedale in arresto cardiaco non si può ingessare una gamba… In molti pensano che le soluzioni passino dalla scelta di un CT o da fare riforme generiche, io credo che il problema risieda nel non avere più campioni, nel non riuscire a far emergere più i giocatori (del livello) di una volta. Dobbiamo ripartire dal cuore della questione e per far questo serve ripartire da una parola: meritocrazia.











