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Caduta, rinascita e follia: Inter in finale di Coppa Italia, Chivu può scrivere la storia

Caduta, rinascita e follia: Inter in finale di Coppa Italia, Chivu può scrivere la storiaTUTTO mercato WEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Oggi alle 07:00Serie A
Bruno Cadelli
fonte dall'inviato a San Siro

Non è stata un’Inter in versione grande bellezza. È stata molto di più. Caduta e rinascita, incubo e paradiso in novantasei minuti da batticuore. Quel brivido di pazzia che la Benamata ha dentro di sé e “fa parte della storia”, giusto per citare Chivu. Un mix detonante come l’esplosivo al plastico, detonato nella notte di San Siro. Anche ieri sera il calcio ha strizzando l’occhio alla sostanza, presentando il conto più salato a chi sbaglia troppo, si compiace quando non dovrebbe, ed è incapace di soffrire. Nella giornata in cui Milano si è mostrata al mondo con il Salone del Mobile, i nerazzurri costruiscono la finale di Coppa senza rifiniture pregiate, ma con chiodi, sudore e martello. Tanto è bastato per strappare un biglietto per Roma e giocarsi quella che potrebbe essere la decima Coppa Italia da favorita - aspettando la vincente di questa sera tra Lazio e Atalanta - e soprattutto con lo scudetto sulla maglia.

“Siamo vicini ai nostri obiettivi”, ha detto l’allenatore nerazzurro in conferenza stampa, ma sa bene anche lui che nascondere il tricolore oggi è quasi come provare a mettere una montagna dietro ad un bonsai. L’atto quarto tra Inter e Como è stato forse ancora più clamoroso del match del Sinigaglia in campionato. Chivu sorride ancora, Fabregas piange lacrime amare anche se rivendica il percorso con orgoglio. San Siro, però ha parlato: da 0-2 a 3-2, con il gol vittoria di Sucic all’ottantanovesimo dopo un secondo tempo di lucida follia nerazzurra e mani nei capelli per i lariani. Il Como mastica amaro e si rammarica perché fino al 69’ - ovvero quando Calhanoglu ha riaperto la partita - le reti di Baturina e Da Cuhna stavano proiettando la squadra nella storia. Il Como era pronto ad una finale di Coppa Italia che mancava dal lontano 1986, ma i sogni sono rimasti nel cassetto.

Questa volta i rimpianti sono doppi, amplificati dal fatto che sul punteggio di1-2 Diao, subentrato nel secondo tempo, ha avuto tra i piedi la palla del match balla murata da Josep Martinez. Nota di merito per lo spagnolo, autore di una prestazione più che convincente nel ruolo di vice Sommer e come portiere titolare di Coppa. Nel momento del bisogno si è acceso come un faro nella notte il regista turco, quel Hakan Calhanoglu che Fabregas ha paragonato a Kroos, Modric e altri fuoriclasse del centrocampo. La scorsa estate sembrava ai ferri corti con la squadra, oggi invece è stato insieme a Lautaro (e Dimarco) il trascinatore della banda di Chivu. Rasoterra beffardo deviato da Ramon, colpo di testa nel cuore dell’area da centravanti consumato, una rarità. Due gol per innescare San Siro e un tocco perfetto per Sucic, autore del gol partita con un destro a giro da mille e una notte sotto la nord.

Forse avrà sentito la competizione con il compagno di Nazionale Baturina, sicuramente ci si deve inchinare a quella fucina di talenti chiamata Dinamo Zagabria, perché quasi ogni giocatore di talento della maglia a scacchi biancorossa è passato dalla capitale croata. E dire che in realtà Sucic è cresciuto a Mostar, città bosniaca dalle due anime, una di quelle realtà balcaniche che mischia dentro sofferenza, sogni e talento. Anime a confronto nel giardino di casa dell’Europa. Oggi l’Inter guarda al domani con forza e sorriso ritrovati, con quella voglia di centrare un doppio obiettivo che fino a qualche mese fa sembrava utopia. E se oggi i nerazzurri sono su questo binario, lo devono quasi interamente a Chivu e a quel modo di pensare che, nel calcio e nella società, è per pochi: puntare sempre il dito contro se stessi e crescere sempre. Magari con un pizzico di pazzia che nel calcio non guasta mai.

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