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La rivoluzione delle big fra Agnelli, Elliott e Zhang. Fare soldi con le big è quasi impossibile. Il pasticcio della politica italiana costerà tanti milioni di euro ai club

La rivoluzione delle big fra Agnelli, Elliott e Zhang. Fare soldi con le big è quasi impossibile. Il pasticcio della politica italiana costerà tanti milioni di euro ai clubTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Lorenzo Di Benedetto
domenica 03 gennaio 2021 12:13Editoriale
di Andrea Losapio
Nato a Bergamo il 23-06-1984, vive a Firenze. Inviato e prima firma per TuttoMercatoWeb. Dal 2012 collabora per il Corriere della Sera

Andrea Agnelli alla Ferrari, Zhang che pensa a un bond per rifinanziare l'Inter (ma ascolta offerte), il Milan che ha raccolto vari interessamenti ma nessuno che è andato fino in fondo. C'è un mercato che finisce sui giornali ma spesso - quasi sempre - non si concretizza. È quello delle proprietà, perché il calcio attualmente per le grandi squadre è un vuoto a perdere tanto, tantissimo. Almeno sulla carta, seppur molti club siano in costante rosso e con rifinanziamenti paurosi che spesso superano di molto il fatturato annuale.

I tifosi chiamano destabilizzare l'ambiente, perché sono solamente indiscrezioni e come tali vanno trattate. Possono concretizzarsi oppure no, al netto delle informazioni. Ma non sono mai campate in aria. Un anno fa si negava la ristrutturazione Elliott con Rangnick, poi non andata in porto. Ecco, è un paradigma semplice per chi legge: contatti, anche importanti, interessamenti, un occhio ai conti, un altro all'andamento, poi scegliere di non proseguire per motivi contingenti. La pandemia ha accelerato tutti questi meccanismi e i bilanci di tutte le big d'Europa piangono eccome. C'è chi lo fa perché non ha più lo stadio, come il Barcellona, che dai turisti prendeva la possibilità di pagare lo stipendio a Messi. In Italia il fenomeno è attenuato perché nessuno va allo stadio nei giorni normali, quelli che non hanno partite.

In Italia però i problemi ci sono uguale. Per chi fa plusvalenze ai limiti. Rovella va alla Juventus per 10 milioni e fra sei mesi andava in scadenza. Francamente non sembra un affarissimo. Le società di Preziosi a gennaio trovano sempre giocatori da vendere e poi inserire nei bilanci come postille. Piatek e Romero due anni fa per esempio, un Kouamé che si era appena lesionato il crociato nel 2020. La gestione del Genoa ha sempre queste postille, anno dopo anno, ma a nessuno interessa. E ogni stagione, a gennaio, perde il suo miglior giocatore. Stavolta è riuscito a tenerlo addirittura due stagioni in più. Tutto normale, i rapporti con i club sono ottimi da Sturaro e Perin, ma sorge un altro problema.

La Serie A è competitiva? Perché le squadre italiane si fanno favori giorno dopo giorno. Così Radu viene prestato dall'Inter al Genoa, poi riscattato, poi ripreso. Mandragora uguale con Juventus e Udinese come protagoniste. L'Atalanta lo fa con Muratore - prendendo poi Romero, buon acquisto - per otto milioni in estate. Più che sport sembrano operazioni contabili per evitare problemi economici. Perché quando non succede si svela il vero volto: la Roma ha perso cifre pazzesche negli anni, il Milan anche (seppur per Boateng un asse con il Genoa ci fosse). Alla fine funzionano economicamente solo le società padronali come quelle di Percassi, Lotito e De Laurentiis, in Serie A. Perché prima arriva il bilancio e poi i risultati, riuscendo comunque a competere con le avversarie semplicemente perché le altre si perdono in mille rivoli.

È una politica soprattutto italiana, quella delle plusvalenze. Fatta la legge - anche per l'iscrizione delle squadre alla Serie A - trovato l'inganno. E se in Europa Manchester City e Paris Saint Germain semplicemente coprono gli ammanchi con lo sponsor, qui la situazione è diversa e il rischio di farsi prendere la mano, come successo nel 2000, è davvero concreto. Ritornando a piombo sulla Juventus, i milioni persi negli ultimi anni sono tanti e serve ripianare. Nel calcio ci sono i risultati, quelli che dovrebbero interessare ai tifosi, e sono tutti dalla parte di Agnelli. L'economia sarebbe meglio lasciarla ai dirigenti d'azienda. Senza competitività non c'è spettacolo. E non è un caso se quest'anno abbiamo un campionato iper competitivo.

Già un anno fa Conte si lamentava dell'Inter. O meglio, del fatto che non ci fossero soldi per prendere Arturo Vidal, unica richiesta del calciomercato invernale scorso. Poi il club decise di puntare su Eriksen, più giovane e asset più interessante rispetto al cileno, pur pagando. Ma è un passo epocale, perché nell'anno Suning ha perso davvero molti soldi, come spiegato da un'inchiesta del New York Times di qualche tempo fa. Zhang Jindong ha visto il proprio patrimonio eroso da 7,6 miliardi a circa 5. In soldoni, non avrà problema a fare il paio tra pranzo e cena, ma perdere soldi non fa piacere a nessuno. Soprattutto se l'Inter in questo momento è un investimento a perdere. Le smentite fanno parte del gioco, perché sono processi lunghi da completare, non come cedere un giocatore scontento.

Così le big invece di ridimensionarsi vorrebbero ancora più soldi per sopravvivere, per attrarre investimenti in 20 invece che in quasi 100 squadre. Cosa che probabilmente succederebbe, ma vista l'avidità economica delle grandi ci troveremmo, in qualche anno, ancora di fronte a un problema molto simile. Avere più soldi significherebbe solo aumentare i prezzi, non certo fare diventare il calcio più sostenibile. È una macchina da soldi che permette stipendi milionari, finché c'è qualcuno che paga. Solitamente Pantalone.

Per finire c'è quel pasticciaccio brutto brutto del DPCM governativo, perché dopo avere fatto un Decreto Crescita per attirare i cervelli (o i piedi, sportivamente parlando) grazie a decontribuzioni straordinarie, l'Italia ha deciso di non confermarlo, dando all'Agenzia delle Entrate, di fatto, carta bianca per andare a chiedere soldi ai club per gli acquisti costosi. Da Lukaku a De Ligt, c'è una platea enorme di giocatori, con cifre altissime che dovrebbero andare ben oltre il fatturato di un club medio. Chi pagherà, il calciatore oppure la squadra? Ci sarà un ravvedimento operoso? Certo, la pandemia ha accelerato tutto ma ha anche frenato altre scelte fatte in un altro momento storico. Perché è vero che il calcio chiede soldi per stare in piedi, ma almeno avere delle regole valide per più di sei mesi avrebbe senso.

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