Pasalic, la lezione del capitano: accettare l'attesa e farsi trovare pronto per l'Atalanta
Filippo Davide Di Santo
Nel calcio chiunque vuole provare a essere il migliore. Poi dall’altra parte ci sono quelli che puntano, sì, a fare una carriera importante, ma anche a diventare un grande esempio: riferimenti che si riadattano al contesto attuale con l’unico obiettivo di mettere il bene della squadra che rappresentano davanti a tutto.
Mario Pasalic rappresenta la citazione di Phil Collins “Imparerai insegnando, imparando insegnerai” nell’Atalanta, soprattutto in un contesto dove non è importante il minutaggio, bensì ciò che il DNA della squadra bergamasca rappresenta: l’essere pronti a tutto e rispondere “presente” nel momento in cui si viene chiamati in causa.
Inizio in salita tra speranza e determinazione
Sassuolo, Bologna, 24 minuti con la Roma, 4 col Cagliari e poi panchina. Per il numero 8 nerazzurro una stagione in cui sembrava addirittura messo ai margini: tanti riscaldamenti, la speranza di poter entrare per poi ritrovarsi ancora addosso la pettorina, con il rammarico di non essere entrato. Mal di pancia? Voglia di cambiare aria? Niente di tutto ciò.
Un grande lavoratore a Bergamo
Anzi, “Super Mario”, da quando è a Bergamo nel 2018, è sempre stato un grande lavoratore: uno di quelli che fanno parlare il campo, che non si lamentano se non giocano dal primo minuto e che, soprattutto, sanno che il loro momento arriverà. Un concetto simbolico in quello che Maurizio Sarri vorrebbe vedere per la sua squadra.
"Mario, ora tocca a te!"
Detto, fatto. Il mister lo fa giocare dal primo minuto al debutto in Conference League contro il Pafos, partita nella quale il croato offre l’ennesima prestazione alla “Super Mario” nel ruolo di equilibratore. Il risultato è stato straordinario a centrocampo, accompagnato dalla standing ovation del popolo atalantino: una città intera che ha dato tanto a Pasalic nel momento più buio della sua vita, all’insegna di una riconoscenza che lo rende unico.
L'esempio da seguire
È valso per Gasperini ai tempi, così come per Palladino: la capacità di saper aspettare senza mai far polemica. Il primo a cominciare ad allenarsi e l’ultimo ad abbandonare il campo a Zingonia: un leader a cui l’Atalanta tiene particolarmente e che continuerà ancora a scrivere (e a insegnare ai più giovani) cosa vuol dire essere un grande capitano.
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