Juve, la difesa è un pianto. Ma il vero problema resta lì davanti: se smetti di giocare è dura
È difficile leggere per intero una partita che è stata divisa in due. A Istanbul, la Juventus ha giocato primo e secondo tempo come se in campo ci fossero due squadre diverse: molto bene all’inizio, tenendo botta a una squadra forte come il Galatasaray e in un contesto difficile come quello turco. Peggio dell’immaginabile nella ripresa, chiusa dalla squadra di Luciano Spalletti con un parziale di 4-0. Complicato, appunto, cercare di capire le cause di un disastro del genere, che mette a serio rischio la qualificazione dei bianconeri agli ottavi di finale di Champions League.
La difesa è un pianto. C’è solo Gleison Bremer, o quasi. Da quando è uscito il brasiliano, la retroguardia bianconera è crollata sotto i colpi di un gigante come Victor Osimhen, uno dei migliori centravanti al mondo. Sfortunato, per usare un eufemismo, il cambio Cambiaso-Cabal: Spalletti ha tolto il primo temendo l’espulsione, e si è ritrovato in dieci per colpa del secondo. L’ex Verona ha confermato tutti i suoi limiti, come del resto Lloyd Kelly, tornato a livelli che, in negativo, non si vedevano da un po’.
Ma lì davanti… Privo di David, Spalletti ha scelto McKennie. Ha funzionato fino a un certo punto di vista. Più del rendimento difensivo, oggettivamente disastroso, a colpire del secondo tempo è cosa la Juve (non) abbia prodotto nella fase offensiva. Il possesso palla, per esempio, è crollato dal 43 al 34%. I 175 passaggi del primo tempo sono diventati 129, i tiri dimezzati da cinque a due, gli expected goal crollati da 0,99 a 0,13. È come se la Juventus abbia smesso di giocare. A quel punto, è diventata insostenibile la pressione su un reparto oggettivamente modesto nei suoi singoli, come la difesa. E le seconde linee, per l’ennesima volta, non hanno dato risposte. Così è dura. Non solo per il ritorno, ma anche per il quarto posto in campionato.











