Bruno Conti: "Tre anni fa tolto un tumore al polmone. Mi hanno toccato la cosa che più amo"
“Tre anni fa mi hanno trovato un tumore al polmone. Mi avevano toccato la cosa che amo di più, i miei capelli”. Bruno Conti, intervistato da Azzurro TV, racconta la sua carriera, e anche la lotta contro la malattia: “All’inizio non avevo voglia di fare niente, la mia fortuna è stata avere la famiglia vicino. Mia moglie mi ha dato una forza incredibile, le devo tutto”.
L’intervista parte dalle origini del campione del mondo 1982, da giovanissimo grande promessa del baseball: “D’estate giocavo a baseball e d’inverno a calcio. Ho iniziato con i Black Angels, facevo il lanciatore. Una volta venne a fare una tournée a Nettuno questa squadra americana, il Santa Monica, mi videro giocare e la sera, mentre stavamo cenando a casa, sentimmo suonare al citofono: erano il presidente del Nettuno e quello del Santa Monica, che mi voleva portare in America. Mio padre disse però che ero troppo piccolo per partire”.
Fu una scelta felice, la conferma quando portò la Coppa del Mondo nella sua città: “Tornato a Nettuno dopo il Mondiale sembravo il Papa. Mi vennero a prendere a casa con un’auto scappottata, io in piedi sul sedile che salutavo. Era pieno di gente, vedere amici con cui sei cresciuto che mi baciavano le mani è stato incredibile”.
La carriera da calciatore non iniziò in idiscesa: “Roma, Bologna e poi Sambenedettese: tutte bocciature. Dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io però non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici. Per me lo sport era divertimento. A Nettuno si facevano i famosi tornei dei bar. Un giorno venne a vedere una partita Antonio Trebiciani, che allenava la Primavera della Roma. La sera stessa mi chiamò il presidente dell’Anzio e mi disse che la Roma mi aveva preso. Quando lo riferii a mio padre, grandissimo tifoso romanista, non stava nella pelle”.
Nel 1982, fu Pelè a definirlo il miglior giocatore del mondiale: “Stiamo parlando di Pelé, un fenomeno. Fu una soddisfazione enorme. Il soprannome Marazico? Ogni volta che ci abbracciavamo prima di una partita, Maradona mi diceva all’orecchio di andare al Napoli. Ho un amore per Diego che va al di là di tutto”.
Appesi gli scarpini al chiodo, Conti è stato per anni una figura centrale per lanciare i giovani della Roma: “Oggi vedo che si predilige il fisico rispetto alla tecnica. Dall’Under 10 all’Under 14 servono gli educatori, non gli allenatori. C’è bisogno di chi insegna i fondamentali del calcio, il gesto tecnico. Non si deve parlare di tattica. La mia più grande soddisfazione non era vincere gli Scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani arrivare in prima squadra. Questo era il mio obiettivo. Bisogna riscoprire i vivai, bisogna credere nei nostri ragazzi”.











