Destro o sinistro, è uguale. L'ultimo dribbling del genio Evaristo Beccalossi
Destro o sinistro, poco importa. I gol e le giocate arrivavano lo stesso. Quando si dice che 'talentuosi non si diventa ma si nasce', del resto, uno dei primi nomi che vengono in mente è proprio il suo. Con la scomparsa di Evaristo Beccalossi, l'Inter e il calcio italiano non perdono solamente un grande ex giocatore, ma molto di più. Con la 10 sulle spalle, Beccalossi ha fatto parte (e farà ancora parte) di quella ristretta cerchia di calciatori che hanno acceso tifoserie intere ben al di là di una mera e semplice vittoria.
Un giocatore geniale, che peccava talvolta di continuità. Ma si sa, i geni del calcio sono così. Veloce di pensiero, veloce nelle giocate, veloce anche a parole. "Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me", ha ripetuto spesso negli anni che lo hanno visto protagonista anche dall'altra parte delle telecamera come apprezzato opinionista tv.
Un giocatore dal dribbling devastante, che fece innamorare fin da subito i tifosi nerazzurri. Gianni Brera lo aveva ribattezzato 'Driblossi' non a caso. E come ricorda l'Inter, d'altronde, la segnalazione a Sandro Mazzola - suo predecessore con la 10 e all'epoca dirigente nerazzurro - arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Insomma, la fotografia di un calciatore capace di regalare delle istantanee indelebili. Lui che, nato destro, fin da bambino si è allenato col piede sinistro per imitare il suo idolo Omar Sivori, passando ore a calciare contro il muro del garage. E diventando poi uno dei giocatori più forti che hanno calcato il prato del Meazza in quegli anni.
Con la maglia nerazzurra, come detto, vinse lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia, per poi vestire le maglie di Sampdoria, Monza e ancora Brescia, chiudendo poi la carriera nelle serie minori con Alessandria e Barletta. Nonostante la grande considerazione e stima da sempre avuta a livello generale, non è mai riuscito a esordire nella Nazionale maggiore, rimanendo uno dei più celebri esclusi dell'era Bearzot e accrescendo ancora di più la rivalità a distanza con Giancarlo Antognoni (l'altro 10 che in quegli anni illuminava i campi nazionali e non solo). Tanti, tantissimi i momenti iconici - nel bene e nel male - che hanno accompagnato la sua carriera, come l'oramai leggendaria doppietta segnata al Milan nel diluvio di San Siro, nel derby d'andata della stagione '79/'80 che poi portò allo scudetto. Oppure come quando, il 15 settembre dell'82, sbagliò due rigori in pochi minuti in Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava, dopo averne trasformati in una serie lunghissima.
Gli aneddoti, d'altra parte, non possono mancare quando si parla di un giocatore come Evaristo Beccalossi. Ma oggi, nel giorno del lutto, tra mille racconti fatti di gol e giocate, il modo migliore per ricordarlo è forse usare le parole di un altro grandissimo interista, l'avvocato Peppino Prisco, che meglio di ogni altro ha saputo descriverne la grandezza: "Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui".











