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I 12 anni all'Inter, il Monza, il ritiro, la nuova vita: intervista ad Andrea Ranocchia

ESCLUSIVA TMW - I 12 anni all'Inter, il Monza, il ritiro, la nuova vita: intervista ad Andrea Ranocchia
mercoledì 22 marzo 2023, 12:00Serie A
di Raimondo De Magistris

Spoiler: nella lunga intervista ad Andrea Ranocchia non troverete una parola fuori posto. Anche quando si parla di de Boer avverte: "Io non riesco a parlare male di nessuno". E' la risposta che lo tratteggia meglio, il ragazzo della porta accanto lontano dai livori che il mondo del calcio porta con sé. Anche se il mondo del calcio l'ha vissuto ad altissimi livelli per 15 anni.
Mi riceve nel suo agriturismo ad Assisi, alzi gli occhi e vedi in tutta la sua maestosità la Basilica di San Francesco. Un ritorno alle origini, a casa. Dalla famiglia e dai veri amici. Ed è lì che uno dei più importanti, discussi e chiacchierati difensori degli ultimi 15 anni s'è rifugiato dopo la decisione improvvisa di dire addio al calcio. Un botta e risposta che parte dal passato più prossimo per poi scavare nel passato più remoto.

Arriva l'infortunio alla prima col Monza e sembra quasi il pretesto per smettere. E' andata così?
"Mi ha dato l'ultima spinta, ci pensavo già da un po' ma senza l'infortunio avrei continuato al Monza. Dopo quell'infortunio invece mi sono fatto anche due conti: era ancora estate, il mercato era aperto e quindi non avrei messo in difficoltà la società, infatti Galliani qualche giorno dopo chiude per Izzo. E poi con l'anno del Mondiale, e con un infortunio che non mi avrebbe permesso di tornare a disposizione prima di gennaio-febbraio, il Monza a gennaio poteva ulteriormente rinforzarsi".

Quando decidi di risolvere il contratto?
"Mi faccio male il 21 agosto contro il Napoli. Faccio i controlli, l'infortunio è di quelli importanti. Metto il gesso e dopo tre settimane chiamo il dottor Galliani dicendogli che non avrei continuato, che potevamo risolvere il contratto. Non è stata una chiamata estemporanea, in quei giorni ci ho pensato a lungo e alla fine ho maturato questa decisione".

E la sua reazione?
"Mi ha ringraziato per la chiarezza, per non aver fatto cose strane o sottobanco. Galliani s'è comportato benissimo, nel calcio credo di aver conosciuto poche persone come lui".

Dopo la telefonata vai in sede, firmi la risoluzione e dici stop al calcio?
"Vado in sede e Galliani mi dice: 'Monza è casa tua, qualsiasi cosa ci siamo'. Ha confermato in questi mesi quanto disse allora, continuiamo a sentirci. Sono molto contento che grazie a Palladino stiano riuscendo a disputare un'ottima stagione perché l'inizio è stato complicato. Con Raffaele non solo hanno rimesso in sesto la stagione, ma stanno facendo delle cose incredibili".

Già quando eri all'Inter pensavi di smettere?
"Di smettere così non proprio. Sentivo però che non avevo più questa grande passione per il calcio. Con l'Inter ci eravamo confrontati a fine stagione e ci eravamo detti che non saremmo andati avanti insieme. E io ho pensato: 'Dopo 12 anni, trovando una piazza nuova, un entusiasmo nuovo, magari trovo nuovo entusiasmo e nuovi stimoli'. E invece le sensazioni erano sempre quelle, c'era sempre il mezzo dubbio. Poi tutto matura quando mi sono fatto male".

Quindi con l'Inter non finisce perché tu già pensavi al ritiro
"Quando ci confrontammo la società non conosceva ancora il budget a disposizione, non aveva ancora programmato il futuro... Per me a metà giugno arriva l'opportunità del Monza e dico sì".

Magari aspettando ancora l'Inter si sarebbe fatta di nuovo viva?
"Questo non lo saprò mai, quando mi ha chiamato il Monza ho colto questa opportunità".

La tua ultima stagione all'Inter è stata la prima di Inzaghi
"Ho rosicato perché non abbiamo rivinto il campionato, era il 20esimo Scudetto e avrebbe avuto un significato importante. Però abbiamo vinto la Supercoppa, la Coppa Italia, ho lasciato comunque con due trofei e va bene così, sono contento. Poi mi è piaciuto molto l'ultimo saluto che mi ha tributato San Siro: molto emozionante, forse uno dei più emozionanti della mia carriera. Sono contento di come è finita con l'Inter".

Inzaghi soffre questo momento di investimenti scarni dell'Inter dopo l'addio di Conte?
"L'Inter è una squadra forte che con Inzaghi ha vinto tre trofei. Adesso è in semifinale di Coppa Italia, ai quarti di Champions ed è seconda in classifica. Poi, certo, dall'Inter ti aspetti sempre che vinca il campionato o comunque che arrivi in fondo a tutte le competizioni. Ma quest'anno per nessuno è facile stare dietro al Napoli che sta disputando un campionato a parte. Bisogna dare anche i meriti a chi è in testa con 19 punti di vantaggio sulla seconda. Il percorso all'Inter di Inzaghi è ottimo, chi gli può dire qualcosa?"

Però a vedere le sue interviste, il suo sottolineare ciò che ha fatto, dà l'impressione di essere il primo a patire il non aver vinto lo Scudetto
"Questo è il calcio, ne vince una e le altre sono dietro il palcoscenico. Al di là del campionato chiuso, ripeto, l'Inter è in corsa nelle altre competizioni. Ci saranno da fare i conti a fine anno, non dopo una sconfitta o una vittoria".

Quando matura la tua idea di concludere la stagione all'Inter?
"Dopo un confronto sul finire dell'ultima annata. In quell'occasione ci siamo detti: 'Vediamo'. Loro dovevano programmare una stagione che ancora non aveva tratti chiari e io ho iniziato a guardarmi attorno. Tutto in grandissima serenità, come sempre in questi 12 anni".

Mai uno screzio con la società?
"Può sembrare strano ma no, mai. Ti faccio un esempio: le mie trattative per i rinnovi di contratto con l'Inter duravano tra i 5 e i 6 minuti, non credo sia mai durata di più. Loro facevano una proposta, io la modificavo in un punto e dopo 10 minuti eravamo alle firme".

Per Tinti sei stato uno degli assistiti più semplici da gestire
"Il lavoro per Tullio con me è stato facilissimo (ride, ndr). E' stato molto bravo con me: fa parte di una vecchia scuola di procuratori che funziona sempre".

Un altro passo indietro. Prima di Inzaghi c'è Conte. Perché va via dopo due anni? Come ve lo comunica?
"Non so cosa sia successo in quei giorni. Non lo sa nessuno al di fuori della società e dello stesso Conte. Non l'ho voluto nemmeno chiedere, sono rapporti personali e decisioni personali. E poi ognuno pensa al proprio futuro. Per me è stato un allenatore fondamentale".

Cosa vi ha dato in più Conte rispetto a ciò che già vi aveva dato Spalletti?
"Mentalità, disciplina, modo di intendere l'allenamento, modo di intendere la partita. Lui cura l'aspetto del calciatore a 360°, ha riassestato un po' l'ambiente con la sua modalità e con lui s'è portato avanti un percorso vincente".

La chiusura di un cerchio
"La storia dell'Inter negli ultimi 12 anni è stata un po' strana. Siamo passati dall'era Moratti che aveva vinto tutto, poi Thohir e poi Suning. Quando ci sono questi cambiamenti per ridare stabilità all'ambiente ci vuole tempo. Ma nel calcio non hai tempo: hai una settimana, il tempo che passa da una partita all'altra. Spalletti ha messo il primo tassello della nuova Inter: è stato fondamentale. E' un allenatore forte, che forma giocatori e forma un ambiente. Però quelli erano anni in cui dovevi sfidare una Juventus che era tra le migliori al mondo e tu sei alle prese con un nuovo percorso: fai fatica. Però è Spalletti che ci ha riportato in Champions e anche a livello economico, di blasone, s'è cominciato a ricostruire. Poi è arrivato Conte che ha aggiunto la sua disciplina, il suo modo di ragionare. E quello è personale. Non dico che lui sia l'unico in grado di vincere all'Inter, però in quel momento è stato bravo a mettere tutti i tasselli nel modo giusto per arrivare allo Scudetto".

Però non credo sia in caso che gli ultimi due Scudetti dell'Inter siano targati Mourinho e Conte
"In quel momento lì la sua mentalità ha fatto crescere tutti, dalla società all'allenatore passando per chi ruota attorno alla squadra. Adesso l'Inter è una società strutturata, di altissimo livello e secondo me è solo questione di tempo prima di tornare a vincere. Potevamo rivincere già lo scorso anno, non c'è riuscito per poco. Abbiamo avuto un black-out tra febbraio e marzo e lì ci siamo un po' bruciati. Non tanto nelle ultime quattro giornate come dicono, è più a gennaio/febbraio che abbiamo faticato. Quest'anno invece il Napoli ha fatto un campionato a parte: ha mentalità, vince, ha talenti. E' più un merito del Napoli questo campionato, ha creato un vuoto. Ci sono anche demeriti delle avversarie, certo, ma Spalletti ha fatto un grande lavoro".

Il lavoro di Spalletti all'Inter è stato sottovalutato?
"Non è stato apprezzato abbastanza il suo lavoro. Lui mette le basi. E' difficile che una squadra da un anno all'altro prima arriva settima e poi vince lo Scudetto. Il Napoli è stato costruito negli anni, arriva sempre lì: secondo, terzo, secondo, poi terzo... E quest'anno sta facendo meglio. Ma sì, all'Inter il lavoro di Spalletti è stato molto sottovalutato".

Nell'anno in cui tornare in Champions scoppia il caso Icardi. Quanto è stato difficile gestirlo?
"Molto difficile. La verità è che non avrei voluto essere nei suoi panni. Però è stato bravo, ha raggiunto l'obiettivo di arrivare tra le prime quattro. Con un'ultima partita particolare, piena di emozioni, ma anche lì alla fine ce l'abbiamo fatta".

Torno allora al confronto con Conte. Ha avuto in più la capacità di pretendere determinati acquisti rispetto ai predecessori? E' questo che la differenza?
"Questi allenatori sono quelli che hanno uno storico importante, di vittorie e di trofei. Quando hanno avuto i primi colloqui con Conte a mio avviso si erano già chiariti su molti aspetti. Lui veniva da anni in cui aveva allenato e vinto con la Juve, era un simbolo della Juve e a quel punto se accetti l'Inter non puoi sbagliare neanche una virgola. Prima di accettare un incarico così credo abbiano messo nero su bianco i vari movimenti da fare. Immagino sia così per tutti i grandi allenatore: Guardiola, Klopp o Ancelotti prima di firmare con un club immagino pretendano determinate garanzie".

E' il curriculum che fa la differenza e ti porta a chiedere certe garanzie
"Sì. Probabilmente anche Spalletti vincendo il campionato e diventando un allenatore vincente alla prossima squadra che allenerà chiederà garanzie diverse e più importanti. E a quel punto può davvero pretenderle. Funziona così per i grandi allenatori come per i top player".

Prima di Spalletti c'era Pioli. Ti aspettavi potesse vincere lo Scudetto col Milan?
"Lo scorso anno gli ho scritto, gli ho fatto i complimenti. L'ho avuto per pochi mesi ma lui è un allenatore bravo, che crea gruppo e ha uno staff molto buono. Vincere il campionato è difficile, chiunque lo vinca e chiunque l'abbia vinto in passato è perché se l'è meritato. Vincere un campionato è davvero difficile perché in un anno subentrano tantissime cose: non è fortuna, non c'entra la decisione arbitrale. Chi vince il campionato è perché lo merita e lui è stato bravo a creare questo feeling con la squadra. Lo scorso anno si vedeva che aveva creato questo rapporto di compattezza con la squadra, si percepiva. Come quest'anno si vede il feeling tra Spalletti e la sua squadra".

E poi al Milan ha potuto costruire un progetto, mentre all'Inter si percepiva fosse un allenatore di transizione
"Sì, sicuramente sì. E poi c'è da mettere comunque la sua crescita come allenatore, quando parliamo di Pioli all'Inter parliamo del 2016..."

Prima di Pioli la parentesi de Boer. Difficile trovare qualcuno che ne parli bene
"A me non piace parlare male delle persone..."

Ormai s'è capito. Però non è semplice parlarne bene
"Un allenatore che non conosce in alcun modo il calcio italiano fa fatica e lui non conosceva in alcun modo il calcio italiano. Non conosceva calciatori, non conosceva nulla. La lingua è stata un problema grande, se non riesci a trasmettere con le parole i tuoi messaggi alla squadra fai fatica, si parlano due lingue diverse. E poi era un periodo di grande confusione all'Inter: ti dico la verità, io il suo periodo all'Inter nemmeno lo ricordo troppo bene... Sarà stato con noi due mesi".

Prima di de Boer c'è Mancini. Ed è l'allenatore che ti fa accomodare in panchina, costringendoti ad andare via in prestito
"Quando è arrivato ho giocato, poi siamo ripartiti nella stagione successiva non più e quindi col passare delle settimane ho iniziato a valutare soluzioni diverse. Ma io col Mancio mi sono trovato bene, ti dico la verità... E' stata anche una bella esperienza essere allenato da lui perché poi è un allenatore vincente e quando arrivano allenatori di quel calibro lì comunque ti danno qualcosa. Poi c'è l'allenatore con cui crei più o meno feeling, ma quella per me è stata semplicemente una scelta tecnica".

Senza rancore, insomma
"Lì per lì ti rode, vuoi giocare. Ma oggi posso dire che mi ha allenato il ct della Nazionale".

L'hai mai sentito da quando è diventato commissario tecnico?
"Qualche messaggio, ma non c'è mai stata la possibilità di rientrare in Nazionale, quello no. Per giocare in Nazionale devi giocare bene e tanto, io negli ultimi anni giocavo sempre 15-16-17 partite a stagione. Per vestire la maglia dell'Italia non bastano".

Fino al primo anno con Mancini giochi titolare, poi quando rientri dai prestiti sei un comprimario. Perché a un certo punto accetti questo nuovo ruolo?
"I sei mesi in Inghilterra mi hanno un po' aperto gli occhi, mi hanno fatto capire che c'è anche un altro modo di vivere e intendere il calcio. Quella è stata una bellissima esperienza. Quando sono tornato dall'Hull City non sapevo se sarei rimasto o meno, era appena arrivato Spalletti. Dopo un po' Luciano mi dice: 'Guarda che io sono contento se rimani, mi dai una mano'. S'è creato subito un bel rapporto personale: lo sento ancora due-tre volte al mese, ci scriviamo. Il rapporto umano è molto importante per me, più di quella professionale. Perché poi ho sempre pensato che, una volta smesso, quei rapporti sarebbero rimasti. E oggi è così, vuol dire che qualcosa di buono l'hai dimostrato, Ma non a giocare perché a giocare in Serie A sono tutti bravi, dico a livello umano. Il calcio è un ambiente difficile e io nella mia carriera ho sempre privilegiato i rapporti personali".

E con Spalletti questo bel rapporto umano si crea subito
"Dopo quel discorso sono andato a parlare con la società. Anche loro erano contenti della mia eventuale permanenza e quindi a quel punto sono rimasto. Poi dopo s'è istaurato un altro tipo di rapporto, perché ci tenevo a vincere con l'Inter. E dopo Spalletti è arrivato Conte, erano tanti anni che glielo dicevo e alla fine è davvero arrivato. Poi vinci il campionato e quando vinci ci stai bene, anche se non giochi 40 partite. Col gruppo stavo benissimo, l'ambiente era ideale e la mia famiglia stava bene a Milano. C'era la possibilità di vincere trofei e a quel punto non mi è più venuto in mente di andare via".

E questo si è percepito anche nel rapporto con i tifosi. Nella prima parte, quando eri titolare, tante critiche. Poi quando sei tornato accettando di giocare meno sei stato eletto simbolo dell'interismo
"E' andata così. Ma anche questo fa parte di un percorso sportivo, calcistico. Quando sei in una grande squadra anche se vinci sei sempre soggetto a critiche. L'Inter per tanti anni ha fatto fatica, le critiche erano normali. E poi con l'era social s'è ampliato tutto a tutti i livelli. Però a me è andata diversamente e ancora oggi quando torno allo stadio mi salutano, mi fanno i cori. Questo per me vale più di 50 Scudetti... Ripeto: l'aspetto umano è fondamentale perché poi la vita è lunga. A 35 anni finisce la parte sportiva, ma poi ne hai molti di più per tutto il resto".

Torniamo all'inizio della tua avventura interista. Arrivi con Leonardo
"Sì, Benitez era stato cacciato tre giorni prima".

E che allenatore ti ritrovi?
"Con Leo mi sono trovato bene, subito. Una brava persona. Come allenatore è bravo però percepivo che non era tanto quello che voleva fare. E infatti dopo poco ha cambiato".

Dopo arriva Gasp. Che non capisce quel gruppo o viceversa?
"Era difficile per quel gruppo capire Gasperini. Arriva ma anche lì, ti dico la verità: sono stati anni molto frenetici e vivevamo tutto così, molto velocemente. Alla giornata".

Con chi hai trovato in quella fase più continuità?
"In quel periodo giocavo. L'ho trovata con Mazzarri come con Stramaccioni, anche con Gasp giocavo".

Tutte personalità molto diverse tra loro
"Era difficile, anche perché ogni volta cambiare allenatore, strategia e metodologia di lavoro non è facile. Far bene in quegli anni era difficilissimo".

E' il motivo del crollo dell'Inter dopo il triplete?
"Sì. E al contrario negli ultimi anni ho rivisto nell'Inter una grande programmazione. Anche gli allenatori che sono arrivati: Spalletti, Conte e Inzaghi hanno sempre dato la sensazione di stabilità. Ora sono state mosse critiche a Inzaghi, ma secondo me è più una cosa giornalistica..."

In che senso?
"Il Napoli sta facendo un campionato a parte. Ma per il resto l'Inter c'è: ha raggiunto le semifinali di Coppa Italia, è ai quarti di Champions. Ha vinto la Supercoppa. Il giornalista o il tifoso criticherà sempre, ma quando vai a stringere sono i risultati che contano".

Parlavi di continuità arrivata con Suning
"Il trio Marotta-Ausilio-Baccin ha dato una svolta importante. L'Inter negli ultimi anni ha fatto un mercato importante e loro tre hanno riportato l'Inter a livelli importanti".

Un altro passo indietro. Come hai vissuto l'etichetta di predestinato quando eri a Bari?
"Vivi alla giornata, sei troppo giovane..."

Non c'è il rischio di perdersi?
"Come no, certo che c'è. Ma poi tutto va in base alla personalità, alla famiglia e alle amicizie. E al modo di intendere il lavoro: io sono sempre stato un grande professionista, da sempre. Fin da quando giocavo dalle mie parti: ho sempre cercato di migliorare tanto, ho sempre avuto una grande passione e quindi perdermi no, non c'era questo rischio. Poi i percorsi vanno avanti anche a seconda delle scelte che fai: trovi magari l'allenatore che ti fa crescere tanto o un altro che non ti fa crescere. E' troppo variegata la professione di calciatore: ci sono gli infortuni, ci sono tante cose".

Dopo il Bari vai al Genoa dove giochi sei mesi
Sì, ed ero reduce da un infortunio perché nel secondo anno di Bari a metà stagione, con Ventura in panchina, mi sono rotto il crociato. Ero già stato acquistato dal Genoa e quindi a quel punto vado a Genova a curarmi. Nell'estate successiva ho iniziato il ritiro col Genoa, c'era Gasperini in panchina. Succede poi che a fine novembre Samuel si rompe il crociato, girava già la voce dell'interessamento dell'Inter e a dicembre Preziosi mi chiama per dirmi che mi aveva venduto all'Inter. Faccio subito le valigie e vado a Milano".

Praticamente dopo il Mondiale per Club
"Due giorni dopo. Hanno cacciato Benitez, preso Leonardo e il giorno dopo hanno ufficializzato il mio acquisto".

Al Bari eravate tu e Bonucci e tu all'epoca eri la prima scelta. Poi cosa succede? Tu hai disputato 21 gare in Nazionale, lui 120
"E' stato più bravo. E' stato bravo ed è andato in una società solida che ha investito tanto e vinto tanto. Il calcio si misura con le vittorie e Bonucci per me è un giocatore incredibile. A me fanno ridere: 'No, tu eri meglio...' Va bene, ma lui è stato molto più bravo. S'è tolto le sue soddisfazioni e io non ho mai vissuto una gara contro di lui. Io ho fatto la mia carriera, mi sono tolto le mie soddisfazioni e ho vinto lo Scudetto con l'Inter che per me è stato l'apice di tutto perché ci tenevo tantissimo. E alla fine sono soddisfattissimo della mia carriera. Anche per questo motivo ho smesso. Ho rivisto il mio percorso e mi sono chiesto: 'Sei soddisfatto?' La risposta è stata sì. E allora ho smesso".

Quindi semplicemente Bonucci è stato più bravo di te
"Bonucci è stato bravo, è forte. Ha 120 presenze in nazionale, ha vinto tantissimi Scudetti, ha due finali di Champions, ha vinto un Europeo: dire che non è forte o che io ero più forte per me è una follia, non sta né in cielo né in terra. Questa è la meritocrazia".

Avresti potuto fare di più?
"No, altrimenti l'avrei fatto. Perché poi non sono riuscito a fare di più quello è un altro discorso, probabilmente avevo dei limiti e ho vissuto momenti particolari. Non lo so, non so bene la spiegazione. Ma di sicuro per i vari momenti che ho vissuto ciò che ho fatto era il massimo che potessi fare. In 16-17 anni di carriera c'è un mondo dentro, succede di tutto. Ma ciò che ho fatto è stato il mio massimo".

Chi del mondo del calcio sai che per te ci sarà sempre?
"Sicuramente Tullio (Tinti, ndr). Se avrò una necessità o un bisogno so che lui ci sarà. E viceversa. Per il resto ho tanti amici nel mondo del calcio, però i veri amici sono altri, sono quelli che ho qui nel mio paese. Se ho un bisogno alle 4 di notte so che loro vengono da me. Nel mondo del calcio ad oggi non mi viene in mente nessuno che possa fare una cosa del genere, anche perché sono tutti in giro. I rapporti sono diversi e i miei veri amici sono quelli con cui ho fatto le scuole insieme. Nel mondo del calcio ho rapporti buoni con quasi tutti perché non credo di aver litigato mai con nessuno, ho un ottimo rapporto con Berni o Padelli, ma gli amici per me sono altri".

Si percepisce sollievo per la conclusione di questa tua lunga parentesi nel mondo del calcio
"Non sento più l'esigenza di star dentro quel mondo lì. Poi magari dopo questa estate di riposo, a settembre, faccio il corso di allenatore, però non lo so. Oggi non ho idea di cosa accadrà e nemmeno ci voglio pensare. Ora devo fare un po' di detox da tutto ciò che è stato negli ultimi 30 anni".

Cosa ha rappresentato per te il calcio?
"Ha rappresentato 30 anni della mia vita, tutto qui. Poi magari ci torno ma smuove tutto la passione: se non ci sarà quella, farò altro".

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