L'Inter ha costretto Inzaghi a evolversi. È sulla strada giusta per diventare grande
Intelligenza, eleganza, pazienza, carisma, evoluzione. In due parole, Simone Inzaghi. Un allenatore che potrebbe diventare l'allenatore. Il primo a vincere tre trofei, Serie A inclusa, al primo anno da tecnico nerazzurro. Non per mettergli troppa pressione, anche perché al momento è a quota uno (la Supercoppa vinta contro la Juventus), ma oggettivamente il cammino di Simone è tremendamente positivo. Nonostante la transizione estiva e il catapultamento in una realtà che era stata dipinta come ridimensionata.
Nonostante il periodo di appannamento tra febbraio e marzo e i sette punti in sette partite. Contro Milan, Napoli e Fiorentina, inframezzate da Roma, Liverpool e il nuovo derby d'andata di Coppa Italia. Si fa presto a dire sette partite, poi vai a vedere gli avversari e il momento. Conte, ad esempio, un periodo così nei suoi due anni non lo aveva incrociato. Fuoco assoluto. Eppure l'Inter di Inzaghi è (ri)uscita dall'oscurità, ha ritrovato la luce e ripreso a brillare. E c'è tantissimo in questo rilancio del suo allenatore.
Serviva una leadership più pratica, più scuotente, più impattante. Meno leggerezza comportamentale e maggior altezza caratteriale per tenere tutti in riga e al proprio posto. Ritrovare le motivazioni. Ricordarsi di essere i più forti, ma solo se tutti disposti a spingere a mille all'ora. Responsabilità. Questo fanno i grandi allenatori. E finalmente Inzaghi e sulla strada per diventarlo. Milano l'ha costretto, l'Inter lo ha spinto a un'evoluzione che altrimenti non sarebbe mai avvenuta, la cui consacrazione potrà rivelarsi solo con il titolo. Figuriamoci con tre.











