La crescita (e lo scudetto) dell'Inter passa anche da quella di Simone Inzaghi
Mi piace il fatto che Simone Inzaghi si assuma responsabilità e colpe. Sa tanto di leader, di uno che ci mette la faccia, in primo piano, senza nascondersi di fronte a uno scenario che vede l'Inter a sei lunghezze dalla vetta, dal Milan che ha appena infilato l'ottavo risultato utile di fila in Serie A. Sette punti nelle ultime sette partite per i nerazzurri è una roba che due mesi fa ti facevi una risata grassa. Ma quando mai. E invece è proprio così, da non crederci.
Senza nulla togliere alla Fiorentina, al Toro, al Genoa e a quel gran bel Sassuolo di Alessio Dionisi, ma l'Inter è l'Inter. E' la squadra campione d'Italia in carica, è l'Inter. Perciò con tutto il rispetto per le avversarie che avranno i loro perché, la tendenza va invertita immediatamente e quale miglior partita del derby d'Italia per farlo. A Torino, sì proprio allo Stadium. La partita della svolta può essere quella con la Juventus perché, come contro il Liverpool ad Anfield, Inzaghi può trovare qualche risorsa remota, qualche arma in più.
A partire da se stesso. Sarà che per sostituire Lukaku (quello interista) non bastano Dzeko (comunque autore di 16 gol in stagione, non bruscolini) e Correa (lui sì, sfortunato ma anche deludente: due doppiette e chi lo ha visto più), che Hakimi è unico (anche se Dumfries sta facendo un gran figurone) e l'assenza si sente e si vede, ma Simone per vincere deve tirare fuori più istinto e meno calcoli, più leadership e meno dati scientifici, più cattiveria e meno eleganza. Sì, anche dall'allenatore passa un pezzo cruciale di questo finale di stagione.











