Crisi Italia, Fabio Viviani: "Alla FIGC uno come Vialli: spazio a Maldini o Baggio"
Fabio Viviani, attualmente allenatore del Vicenza Women e passato da club come Udinese, Napoli e Palermo (sia a livello di scouting che di staff tecnico) ha detto la sua a TuttoMercatoWeb.com in merito ai problemi che si trova ad affrontare il calcio italiano.
Chi vedrebbe bene per sostituire Gravina?
"Da anni invochiamo un cambiamento e tale non può essere se non faremo qualcosa di diverso da quello che si è sempre fatto. Per me dovrebbe essere eletto un addetto ai lavori che provenga dal campo".
Il nome giusto?
"Avevo sempre pensato e sperato che Gianluca Vialli potesse essere la persona giusta per ricoprire questo ruolo. Determinato, fuori da qualsiasi corrente, autonomo, di grande personalità, con esperienza sia da dirigente che nell'associazione dei calciatori. Purtroppo ci è stato portato via".
Senza di lui, chi vedrebbe bene oggi?
"Con queste caratteristiche oggi mi trovo a pensare a Paolo Maldini. Non parlo nemmeno della grande esperienza da calciatore, ma lui ha avuto anche una esperienza in un grande club. Non è mai stato sopra le righe, ha sempre puntato dritto nel portare avanti ciò in cui crede. Non potrebbe farlo da solo, naturalmente. Mi auguro innanzitutto che abbia la voglia e la forza di farlo. E poi che possa scegliere bene i propri collaboratori, nel caso. Sarebbe un grande impegno, pieno di difficoltà soprattutto nei primi anni. Mi verrebbe da aggiungere anche un altro nome".
Prego.
"Lo conosco bene, personalmente: Roberto Baggio. Ha già tentato di fare qualcosa senza, poi ha lasciato. Ma io credo che lui abbia tutto il necessario: le conoscenze, il rispetto in Italia e nel mondo, l'appeal, l'esperienza. Anche perché è già passato nel Palazzo".
La scelta del ct?
"Per me è secondaria, passami il termine. Prima dobbiamo dare una svolta importante a livello federale. Detto questo, servirà un uomo che debba avere, oltre alle capacità ed alle conoscenze, la determinazione per accettare un incarico a lungo termine. La Federazione non può pensare di vincolare un ct solo ai risultati. Sono stati pessimi, ma la FIGC avrebbe dovuto avere la forza di andare avanti con chi c'era. Anche questo è un modo per seminare. C'è da affrontare le difficoltà che sicuramente ci saranno, così come la pressione".
Cosa servirebbe cambiare nel calcio italiano? Lei ha grande esperienza a livello giovanile in particolare.
"L'aspetto più importante che ho riscontrato è l'assoluta mancanza o la dispersione del valore e della meritocrazia, anche nei settori giovanili e nelle squadre dilettanti. In tutti i club ha sempre avuto valenza la richiesta di portare uno sponsor per fare allenare, giocare. Questo è stato un disastro a lungo andare. Ragazzi che allenavano o giocavano perché portavano uno sponsor. E che poi non davano niente, se non la ricerca del successo personale. Va sottolineata una cosa qui".
Cosa?
"La scelta della FIGC di mettere l'obbligo di utilizzo per determinate età nelle serie minori e anche nelle rose delle prime squadre: questo ha tolto meritocrazia. Purtroppo ci sono società e allenatori che fanno giocare i giovani perché rientrano nella fascia d'età giusta, anche se non vale per tutti. Così il ragazzo non è spinto a migliorare perché sa che nell'anno successivo, diventando fuori età, sarà spinto ad andare via per far spazio ad un altro. Quest'obbligo di far giocare i giovani spegne la fame in molti ragazzi per cercare di essere all'altezza e migliorarsi. Togliendo spazio, per quanto riguarda le serie inferiori, ai giocatori esperti, che una volta scendevano lentamente di categoria a fine carriera, portando a questi ragazzi un qualcosa da imparare. A Vicenza c'è un esempio al contrario".
Ci spieghi.
"A Vicenza ho potuto vedere una grande valorizzazione dei giovani, sottotraccia, con costanza, dedizione e tempo. In Italia per tanti anni abbiamo voluto il prodotto già fatto per la prima squadra. L'investimento nel settore giovanile è stato fatto da pochi. A Vicenza sono stati premiati, quest'anno è la squadra che ha dominato la Serie C, con 5 giocatori arrivati dal settore giovanile. Alcuni di loro hanno fatto esperienze fuori, rientrando e divenendo protagonisti. Il talento e le capacità ci sono. La Pallavolo italiana domina grazie alla cultura della ricerca del talento che c'è da anni, lo stesso nel tennis dove eravamo scomparsi. Ora abbiamo 10 giocatori nei primi 100, 5 nei primi 20. E le Olimpiadi? Il talento c'è, va curato e coltivato".











