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Azionariato popolare, Romiti: "Peccato parlarne sempre nelle crisi. Modello tedesco"

ESCLUSIVA TMW - Azionariato popolare, Romiti: "Peccato parlarne sempre nelle crisi. Modello tedesco"
domenica 26 settembre 2021 13:38Serie A
di Ivan Cardia

All'improvviso, l'azionariato popolare. Questo sconosciuto, nel calcio italiano. Il tema è tornato d'attualità con l'iniziativa di InterSpac, il consorzio di tifosi VIP guidato dall'economista Carlo Cottarelli, che si pone quale missione quella di "portare nell’Inter risorse fornite da tifosi, integrate da risorse di investitori istituzionali". Il presupposto sono le difficoltà recenti di Suning, tali per cui questa ampia, variegata e in alcuni casi danarosa platea sente l'esigenza (e anche l'opportunità) di diventare un puntello per il futuro della società campione d'Italia. Dell'argomento, però, c'è chi si occupa da anni nel nostro Paese. È il caso di "Nelle Origini Il Futuro", acronimo NOIF come le norme federali su cui questo comitato, fondato nel 2018 da tre associazioni di azionariato popolare, vorrebbe intervenire. "Noi ci siamo sempre mossi in questa direzione", racconta a TMW l'avvocato Massimiliano Romiti, che ne è il presidente. Negli anni, il comitato è cresciuto: a ToroMio, MyRoma e APA Milan si sono aggiunte altre realtà che puntano all'azionariato popolare, da Parma Partecipazioni Calcistiche a Cosenza nel Cuore passando per gli Amici del Rimini, la Fondazione Torres di Sassari e la Cooperativa Modena Sport Club fino ad arrivare appuntoal mondo dei Club con l’Unione Club Granata e i Leones Italianos dell’Athletic Club di Bilbao. Da ultimo poi ci sono stati interessanti contatti anche con Livorno Popolare e Noi siamo Acireale. "L'unico ente che possa davvero dire di partecipare al proprio club - spiega Romiti - è Parma Partecipazioni Calcistiche. Per esempio a inizio ottobre ci ritroveremo in presenza per la prima volta dopo la pandemia proprio a Parma e la società ha permesso alla PPC di avere a disposizione gli spazi del Tardini. Mi dirà lei: è un azionariato popolare minimale. Però è già qualcosa e PPC ha un vero riconoscimento da parte del proprio Club".

Ieri, il seminario 'Se non ora, quando?' organizzato da InterSpac ha acceso i riflettori. Hanno partecipato, tra gli altri, il presidente federale Gabriele Gravina e l'ad Serie A, Luigi De Siervo. "È un'iniziativa che ha il merito di mettere al centro il tema - sempre Romiti - il momento è il più adeguato che mai". Il momento dell'Inter, chiaramente: il progetto di Cottarelli, si diceva, nasce anche dalle difficoltà finanziarie recenti degli Zhang. Il presupposto di partenza non è proprio, come detto, dei più felici: "Rattrista che si arrivi a discutere di certi temi quasi per portare soccorso a un calcio indebitatissimo. Ci sono difficoltà economiche, c'è un dissesto e allora si pensa alla gente". Mentre in altri Paesi, non per peccare di esterofilia, le cose funzionano: "L'azionariato popolare fuori dall'Italia è un meccanismo che rende. Il Bayern grazie ai suoi soci fa quasi la metà dei ricavi dell'area commerciale. È tantissima roba, eppure qui nessuno sembra interrogarsi. Il nostro sistema è improntato a una proprietà privata pura, sembra quasi che per gli appassionati ci sia appeso il cartello non disturbare il conducente".

Ieri Gravina ha detto che è il momento giusto. Per il comitato NOIF, in realtà, lo è da un po' di tempo. A maggio del 2019 si era arrivati anche a una delega al Governo, inserita tramite un emendamento al Decreto Legislativo collegato sport, primo firmatario il leghista Belotti (come il capitano del Torino, di cui Romiti è tifoso). La delega è nel frattempo scaduta, ma sembrava che il momento giusto fosse già due anni fa. L'interesse politico era alto: "Il famoso articolo 1 lettera n è stato scritto anche con il nostro aiuto. Resta un punto di partenza: è comunque la prima volta che nel nostro ordinamento si è cercato di sottolineare la necessità da parte del legislatore di intervenire sulla materia". E la FIGC? "Onestamente, quanto a interlocuzioni istituzionali, ne abbiamo avute soltanto col governo. A quella proposta ci si era arrivati partendo da una proposta di legge nell'ambito della Commissione Cultura e Sport. Tra i più interessati vi era Giancarlo Giorgetti (il leader della corrente "governista" della Lega, oggi ministro dello sviluppo economico nell'esecutivo guidato da Draghi, ndr) e con noi si era creato un interessante binario col M5S nella persona di Simone Valente, all’epoca con Giorgetti sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Siamo stati coinvolti, l'obiettivo era introdurre il concetto che se una società professionistica è partecipata da una componente della tifoseria meriti di essere privilegiata sotto certi aspetti. Era un percorso che partiva dal 2017, mi auguro che si possa riprendere il filo. Il calcio è stato un po' portato via alla gente: ne è la principale fonte di denaro, ma ne è tenuta fuori".

InterSpac è un'altra cosa. Ma perché i precedenti non hanno funzionato? Il progetto di Cottarelli è ambizioso, come di fatto nessun altro in Italia. Lo è da almeno due punti di vista: non solo si propone di entrare con una quota rilevante, sia a livello economico che verosimilmente decisionale, ma lo fa nell'ambito di una delle squadre più forti, famose e seguite d'Italia. Di tentativi allo stesso livello, almeno in Italia, non ve ne sono. È qualcosa di diverso da quello che si propongono, per esempio, soggetti come Toromio, l'associazione dei tifosi del Torino di cui lo stesso Romiti è consigliere: "Cerchiamo di diffondere il concetto di partecipazione, ma il rapporto con la società, sebbene a tratti anche cordiale, è sempre stato sterile. Mentre, come dicevo, a Parma anche 'grazie' al fallimento c'è stata l'occasione di una partecipazione, seppur minimale, per noi la società purtroppo è una realtà chiusa". Tornando a InterSpac, esperimenti analoghi ve ne sono stati, seppur in contesti "minori". Per esempio, è attivo da febbraio 2021 Livorno Popolare, il progetto di azionariato diffuso che ha seguito le complicate vicende dei labronici nella transizione da Spinelli alla nuova proprietà, senza però essere mai riuscito a entrare in società. Perché non ha funzionato? "Con Livorno Popolare abbiamo avuto dei contatti, ma devo dire che non sono così dentro alle loro vicende da poter dare una risposta - spiega Romiti - evidentemente qualcosa non ha funzionato, questo sì. Per esempio, hanno raccolto tante adesioni, ma li avevo avvisati sul rischio di farlo attraverso il web: è uno strumento 'facile', sono adesioni che vanno via con la stessa velocità con cui arrivano. E poi c'è un altro aspetto: dal mio punto di vista, lo scopo iniziale di chi vuole introdurre la partecipazione deve essere quello di creare una sorta di presidio locale all'interno della società. In quel caso, per quello che ho compreso, si è cercato di prendere la gestione della società (d’altronde il budget collegato alla categoria poteva legittimare questo obiettivo), dicendo alla proprietà attuale: io subentro in una realtà che ormai è svuotata di valore, col tempo ti darò qualcosa. A Spinelli questo tipo di offerta non interessava".

Il modello è la Germania. Torniamo all'estero. Ancora: non per guardare sempre oltre le Alpi, ma la domanda sorge quasi spontanea. Se altri grandi campionati vivono e prosperano grazie all'azionariato popolare, perché da noi sembra una chimera? "Ieri il professor Cottarelli ha detto una cosa molto interessante - interviene Romiti - ha spiegato che il calcio all'estero parte di un associazionismo che fa parte della storia del Paese e che è sempre sopravvissuto. Il St. Pauli è associazionismo puro, ma anche il Bayern non ha mai perso la propria identità da questo punto di vista. In Italia, tabula rasa. Per legge, tra l'altro: il problema nasce nel momento in cui i club di calcio sono diventate società di capitali. Serviva a tutelare i lavoratori, ma nessuno ha pensato di prevedere qualcosa che custodisse il valore associativo. Che poi, se si parla di club, etimologicamente avrebbe anche più senso". La Germania, appunto, è uno dei due grandi modelli a cui poter guardare. In Bundesliga, e non solo, per legge le società di calcio devono essere almeno al 50 per cento di proprietà dei tifosi. La famosa regola del 50+1, a cui fanno eccezione poche realtà (in maniera legittima, solo il Bayer Leverkusen, di fatto anche il Lipsia che ha aggirato il problema). Ciò non toglie che ai sostenitori si aggiungano altre componenti societarie con maggiori disponibilità. Per restare al Bayern Monaco, le famose tre A di Adidas, Allianz e Audi: ciascuna detiene circa il 9 per cento del club e molti soldi li mettono loro. E poi ne riescono a guadagnare.

La Spagna è l'altro riferimento. Un modello di associazionismo puro, non presente ovunque tant'è che sostanzialmente sono quattro i club ad azionariato popolare: Barcellona, Real Madrid, Athletic Club di Bilbao e Osasuna. Un modello più complicato da seguire: le due big prosperano ma navigano nei debiti, l'Osasuna non vola di certo, Bilbao è un unicum dal punto di vista sociale irrealizzabile altrove. E infatti l'esempio spagnolo non è quello da inseguire, sostiene Romiti: "C'è una differenza sostanziale, quello è un modello sopravvissuto alla rivoluzione capitalistica del calcio, anche se visto l'indebitamento di Barça e Real ci sarebbe da aprire una parentesi anche qui. Da noi non credo sia una strada percorribile, siamo andati troppo avanti in un certo senso e siamo in pratica nel deserto. Anche la regola del 50+1, in quei termini, mi sembra complicata da proporre nell'immediato, ma la percentuale è un aspetto secondario. Mi spiego: la vera differenza è che in Germania hanno spezzato l'identità tra associazione e società sportiva. Quest'ultima è diventato un contenitore che però è controllato dall'associazione: il Bayern è una società di capitali tanto quanto il Torino. Ha tre grandi soci di minoranza (le tre A, appunto) e poi una grande associazione che controlla il club. Lo stesso Cottarelli lo dice: è impensabile escludere la società di capitali, ma non è vietato che sia partecipata da un ente associativo o che comunque abbia uno statuto sia caratterizzato da contenuti esplicitamente partecipativi. È un modello praticabile, poi le percentuali passano in secondo piano e una gradualità sarà comunque necessaria, ma per arrivarci servono gli stimoli giusti. L'indebitamento, da questo punto di vista, non è che sia un incentivo bellissimo. Però se può essere una spinta positiva ben venga. E l'Inter chiaramente sarebbe un grandissimo spot. A tal proposito, confido molto anche nella Premier League: il caos Superlega ha portato a un maggior coinvolgimento dei tifosi, è una novità a cui guardare con interesse. In molte società si sono avviati ingressi partecipativi a favore delle tifoserie".

Al solito, la rivoluzione culturale prima di tutto. Il merito di InterSpac, oltre ad aver riportato d'attualità il dibattito, può essere questo. In Italia, l'idea di portare i tifosi dentro la società sembra una chimera. Gli esempi esteri però dicono che è possibile. Il St. Pauli, citato da Romiti e con il quale il Noif è pure in contatto, è un caso di scuola. Non tanto per i risultati sportivi conseguiti, che modesti erano e tali sono rimasti, quanto perché il club tedesco, puntando anche sulla propria spiccata identità politica, ha creato un brand che porta nelle casse societarie profitti non esattamente indifferenti, tanto che il giro d'affari del merchandising viene stimato tra i 20 e i 30 milioni di euro. L'azionariato popolare può fruttare, in sostanza, perché rimette al centro i tifosi. Non solo chiedendo loro soldi, ma coinvolgendoli nella vita e nelle decisioni del club: "Non è tanto una questione di ritorno economico per il tifoso, quanto di partecipazione e volendo di gratificazione come correttamente è stato detto anche al seminario InterSpac. Io tifoso posso anche non guadagnarci nulla, ma per esempio partecipare alla vita della società mi può ripagare in altro modo del mio contributo. Le faccio un esempio su Torino: il Filadelfia dovrebbe essere aperto ai tifosi, invece è chiuso. Ieri, in quello che comunque penso sia stato un bell'evento, è mancata forse una parola: luogo. Sarebbe utile a tutti che il riferimento locale tornasse importante. Se il contributo del tifoso resta solo un aspetto economico e indietro non si ha nulla, alla lunga questo concetto di impresa come puro capitale rischia di stufare. Sembra quasi che un certo modo di gestire il mondo del calcio preferisca il tifoso che chatti dietro la tastiera a quello che colori la realtà societaria. Forse fa paura l'idea che qualcuno possa dire la propria sulla gestione dei club, ma io non mi capacito di questa rozzezza nel gestire i tifosi. Il punto è - conclude Romiti - se funziona bene altrove, non avrebbe senso provarci in un calcio come il nostro, che per di più vive un momento di grande difficoltà?".

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