Fabregas: "Allenatore grazie al Covid. Futuro? Magari altri 10 anni al Como e poi la Premier"
Il tecnico del Como Cesc Fabregas ha parlato al Daily Telegraph ripercorrendo le tappe principali della sua carriera da allenatore, proiettandosi anche sul possibile futuro in Premier League: "La Premier League è il miglior campionato del mondo. L'ho sentito da calciatore, lo sento da allenatore e da tifoso. Ma Mourinho una volta ai tempi del Chelsea mi disse: "Ho ancora 30 anni di carriera". Quindi potrei restare al Como per altri 10 ani e andare in Premier fra 12, 15 anni. Il calcio è imprevedibile, cambia in un secondo. Un giorno sei il migliore, il giorno dopo il peggiore. Quindi godiamoci il momento. Quello che stiamo vivendo qua al Como è molto bello, vediamo cosa riserverà il futuro".
Il suo ruolo al Como, oltre a quello da allenatore?
"Prendo tutte le decisioni calcistiche. Il ds è ogni giorno al mio fianco e vediamo il calcio nello stesso modo. Per gli acquisti lavoriamo coi dati, abbiamo i nostri osservatori, ma poi deve essere qualcuno in cui credo, devono essere giocatori di cui sono convinto. Sono felice e fortunato ad avere un presidente che crede in me e mi lascia prendere decisioni calcistiche. Questo per me è fondamentale".
Altri compiti all'interno del club?
"La palestra l'ho disegnata io insieme agli architetti. Ho disegnato il vetro di fronte, una cosa imparata da Wenger. La palestra deve guardare il campo. L'edificio dove mangiamo. Allo stadio ho detto che avevamo bisogno di un campo più grande essendo una squadra che vuole il possesso. Quindi l'ho allargato. Per qualcuno è una cosa stupida, ma un metro può fare la differenza quando provi ad usare l'ampiezza".
Vuole una squadra che diverte il pubblico?
"Sì. Alleno nel modo che sento. Amo il gioco, se dovessi allenare solo per il risultato non lo farei. Ho giocato 20 anni, ho i figli, una moglie e tutti hanno una bella vita. Ho giocato per grandi club e non avrei bisogno di farlo. Ma lo faccio per passione e a modo mio. Certo devi adattarti ai giocatori, ma alla fine del giorno hai le tue convinzioni. Non potrei allenare con i lanci lunghi, serve credere in ciò che fai. Puoi vincere in ogni modo, basta convincere i giocatori che è il modo giusto. Ma io ho il mio credo".
Il libro in cui appunta tutti i suoi successi?
"L'ho iniziato quando ero all'Arsenal, prima di andare al Barcellona e l'ho portato avanti durante la carriera. Quando ho iniziato mi sono basato su quello. Ora sono più fiducioso in ciò che faccio, ma se sono insicuro su qualcosa posso darci un'occhiata. Il capitolo più grande riguarda Wenger e Conte, perché per me lui è stato uno shock. Era tutto diverso".
Wenger è venuto al Sinigaglia a vederla...
"Mi manda messaggi dopo le partite, anche quando perdiamo o vinciamo con grandi prestazioni. Mi dà molto coraggio".
Il lavoro con Conte?
"Era la prima volta che qualcuno mi diceva dove passare il pallone. Era veramente molto duro su certe cose. Mi ha fatto vedere tante cose nuove e ha imparato a fidarsi di me, per questo era molto attento con lui".
La scelta di diventare allenatore?
"Durante il Covid. In Francia il campionato era fermo per 4 mesi. Non fosse stato per il Covid non avrei preso la decisione di prendere il patentino UEFA. Senza quel periodo, non sarei stato pronto così presto. Quando sono arrivato a Como sapevo di essere nell'ultima fase della carriera. Non mi importava dove avrei finito, bastava farlo giocando, non in panchina. La passione mi portò a lavorare il giovedì con la Primavera".
Il passaggio in panchina?
"Un giorno dopo una partita dissi a mia moglie che avevo giocato di merda. Non mi divertivo più ad allenarmi ed è lì che ho chiuso. Poi ho preso l'Under 19 e dopo qualche mese ecco la decisione di andare in prima squadra".
Il progetto Como?
"Abbiamo iniziato non dal piano terra, ma dal -10. Siamo avanti alle previsioni e siamo solo all'inizio. Questo club ha enorme potenziale, Il bello di questo progetto è questo: iniziare dal niente per diventare un giorno un club europeo. Alcune persone hanno tempo di pianificare la loro carriera. Io no. Dopo il ritiro sono diventato subito allenatore, poi subito la promozione e così via. Mi sto godendo quello che sto facendo. Sono in un posto bellissimo con persone fantastiche che mi lasciano lavorare e hanno fiducia in me. Ogni giorno mi sento come se fossi all'università e ogni giorno devo prendere un enorme numero di decisioni per il club. In questo modo imparo più velocemente. Una cosa di cui sono sempre stato sicuro è che non avrei mai fatto l'assistente: volevo responsabilità fin dal primo giorno. E a chi mi chiede se un giorno mi piacerebbe diventare ct, rispondo di no. Adoro allenare, stare ogni giorno sul campo. Adoro i giovani giocatori e le sessioni individuali. Amo tutto".











