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Bonucci: "Conte per un pari non dorme due notti. Non è secondo a nessuno per leadership"

Bonucci: "Conte per un pari non dorme due notti. Non è secondo a nessuno per leadership"TUTTO mercato WEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Alessio Del Lungo
Oggi alle 15:55Serie A
Alessio Del Lungo

Nella lunga intervista rilasciata a Radio TV Serie A, Leonardo Bonucci ha parlato del momento in cui è approdato alla Juventus: "Nel periodo del trasferimento vivevo un sogno ad occhi aperti: avevo terminato il Mondiale in Sudafrica dove non avevo messo piede in campo e allora chiesi di arrivare qualche giorno prima a Torino per ambientarmi in modo da essere subito in condizione. Arrivare lì e vedere quel tipo di organizzazione e migliaia di tifosi in ritiro a sostenere la squadra mi sembrava un sogno. Passare dal Bari alla Juve è stato un salto importante ma ho avuto la fortuna di ambientarmi subito nello spogliatoio e di entrare presto in sintonia con i senatori, con il mister e con la dirigenza. Anche se fu un anno complicato a livello di risultati, a me ha dato delle risposte importanti per restare in bianconero e giocarmi le mie carte l’anno successivo, il primo di Conte".

La leadership è un qualcosa che l'ha sempre contraddistinta.
"Penso che sia una parte del carattere che uno deve avere sempre, non è una qualità che si trova in giro. Nel corso degli anni impari tante cose dai punti di riferimento che incontri nello spogliatoio poi provi a farle tue e anche a modellarle a seconda della tua personalità. È un lavoro sicuramente difficile, devi capire quali sono le cose giuste da apprendere, io in questo senso sono stato fortunato perché alla Juventus ho avuto due modelli – Buffon e Del Piero - diversi tra di loro, ma che erano le incarnazioni perfette di cosa significa essere un leader. Anche Antonio Conte in quanto a leadership non è secondo a nessuno: quando è arrivato ha stravolto la mentalità di tutti. Io ero arrivato in una Juve reduce da due settimi posti e prima ancora dalla Serie B, con Conte abbiamo capito cosa vuol dire essere Juventus e vincere con la Juventus: ci ha trasmesso una mentalità ben precisa dove come dice la famosa frase vincere è l'unica cosa che conta. Il mister ne è l’esempio perfetto: ancora oggi per un pareggio non ci dorme due notti, sicuramente lui a sua volta lo ha appreso dai suoi senatori durante la carriera da calciatore".

Che cosa ha significato per lei far parte della BBC?
"La prima partita che abbiamo giocato tutti insieme è stata un po’ una sorpresa per noi. Avevamo giocato pochi giorni prima e andavamo a Napoli con il 3-5-2 ideato dal mister in appena due giorni. Successivamente, a mano a mano che continuavamo a scendere in campo insieme, tra di noi si sono creati sempre più automatismi. Io arrivavo da mesi dove avevo giocato poco e di colpo mi sono ritrovato titolare in una partita così importante e in un ruolo nuovo – avevo sempre giocato a 4 o terzino – e quella fu una scoperta incredibile del mister ma questo ti fa capire la sua attenzione ai dettagli per far rendere al meglio la squadra. Da lì poi è nata la nostra fortuna, poi va detto che dietro di noi c’era il portiere più forte del mondo. Ci sentiamo spesso, abbiamo addirittura un gruppo Whatsapp chiamato “I Fantastici 4” (Giorgio è “La Cosa” su quello andiamo sul sicuro). A parte Gigi che era già il numero uno noi tre ci siamo un po’ completati a vicenda: quello che mancava a uno veniva compensato dall’altro, ci siamo studiati a vicenda conoscendoci anche fuori dal campo e questo ci ha aiutato tantissimo nella carriera come si è visto dai risultati. Abbiamo sicuramente segnato un'era".

Ha vinto tanto, quanto è bello gioire?
"Al di là degli scudetti che rimangono nella bacheca penso sia stato importante l’inizio. La vittoria dello scudetto a Trieste (Cagliari - Juventus 0-2 n.d.r.) ci ha lasciato dentro tante emozioni, quel genere di emozioni che vuoi continuare a vivere. Abbiamo sempre pensato che non bastasse mai, ogni volta che vincevamo volevamo vincere di più. Questa è una cosa che ci ha trasmesso Mister Conte e che noi abbiamo fatto nostra e successivamente abbiamo cercato di tramandare alle nuove generazioni".

Che cosa rappresenta per lei l'Italia?
"Quello con la Nazionale è stato un rapporto viscerale, essere lì e indossare quella maglia per me è sempre stato un motivo di grande orgoglio, responsabilità, attaccamento e voglia. Sono state 121 bellissime presenze culminate con la vittoria dell’ Europeo, mi manca soltanto la parte relativa ai Mondiali: ho giocato infatti solo una partita ad un campionato del mondo, è un po’ il rammarico della mia carriera. Giocare un Mondiale infatti è un’esperienza diversa, ha delle vibrazioni diverse, delle pressioni diverse, però a parte questo se all’inizio della mia carriera mi avessero detto che sarei stato il quarto azzurro per presenze non ci avrei mai creduto. Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che ho ottenuto me lo sono andato a prendere con i denti nonostante i tanti detrattori che mi dicevano che non ero all'altezza. Ogni giorno avevo qualcosa da dimostrare, ogni giorno dovevo rispondere a qualcuno di loro e questo mi ha tenuto acceso, una volta che non ho avuto più quella fiamma dentro ho messo un punto alla mia carriera nel modo giusto e sono contento di averlo fatto. Ora sono pieno di quella vita e pronto a cominciarne un’altra".

Che ricordi ha in Italia-Svezia?
"Io credo tanto nel destino, probabilmente doveva andare così… Soprattutto al ritorno a San Siro abbiamo fatto di tutto e di più ma ci sono state un po’ di situazioni che hanno cambiato la partita; la fortuna devi anche essere bravo a portarla dalla tua parte. Credo che se tutto fosse andato in maniera lineare nel percorso che ci ha portato fin lì, ci saremmo qualificati. Ricordo che a partita finita nello spogliatoio non riuscivamo nemmeno a guardarci in faccia, è stato un momento difficile ma come sempre le cose che ti deludono maggiormente sono quelle che poi ti aiutano ad andarti a prendere delle rivincite. Da quel momento infatti abbiamo reagito e abbiamo conquistato l'Europeo dopo 60 anni".

Tornerebbe ancora al Milan?
"Ho fatto delle scelte che qualcuno non condividerà ma in quel momento per me era giusto lasciare il posto che consideravo casa, ovvero la Juventus. Non è stato certo facile ma senza quella decisione non sarei l’uomo che sono oggi e non avrei incontrato una persona così importante come Rino Gattuso. Nelle scelte che ho fatto io ho sempre cercato di portare le soluzioni mai problemi".

Dove si vede tra 10 anni?
"Vorrei stare in giacca e cravatta al di là della linea in una grande squadra o in Nazionale, sicuramente in questi 10 anni ci sarà tanto da lavorare ma anche tanto da vincere".

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