Che bello il Como di Fabregas. Poi però conta portare il risultato a casa (in qualche modo)
Il Como di Cesc Fabregas è stato divertente. Bello. Solare. Quasi come un piccolo Barcellona che, però, non ha avuto dalla sua i campionissimi. O meglio, l'attaccante. Il gioco di Guardiola dei tempi era così incisivo perché poteva contare sul giocatore più forte del mondo, Lionel Messi, più un attaccante decisamente intelligente e letale, Samuel Eto'o. Quello che è mancato ai biancoblù per, probabilmente, vincere contro i rossoneri già a fine primo tempo. Invece la sfortuna di prendere gol a un minuto dalla fine ha fatto la differenza.
Il Barcellona di Guardiola era vincente non solo per l'allenatore. La filosofia di Fabregas si sposa con i suoi giocatori: forti, sicuramente. Spregiudicati. Come l'Atalanta di Gian Piero Gasperini che, quando deve, pensa prima a non prenderlo e poi eventualmente a segnare. La Roma è come i nerazzurri del primo anno, quando vincevano spesso uno a zero, soffrendo magari, ma importava relativamente.
Nell'eterna lotta fra giochisti e risultatisti, alla fine, vincono molto spesso i secondi. O meglio, vincere e convincere è sempre la soluzione migliore, ma quando non riesci a farlo, meglio portarsi a casa i tre punti. Fabregas da calciatore è stato uno straordinario cervello, lo è anche da allenatore. Alle volte si può anche perdere senza meritarlo, però se Allegri vince spesso così non può essere solo una questione di fortuna.











