Como, Suwarso sugli obiettivi:
«Non c’è tensione perché in questo momento siamo già ampiamente oltre il nostro obiettivo».
Che era…?
«Migliorare il decimo posto dello scorso anno dal punto di vista sportivo. Aumentare i ricavi e fare crescere il valore dei giocatori».
Ha già sentito la proprietà, e quanto è direttamente coinvolta nel progetto?
«Sì, stamattina (ieri, ndr) ho parlato con uno dei proprietari. Anche loro sono felici. Ma ripeto, si tratta solo di un piccolo risultato sportivo all’interno di un progetto a lungo termine. Siamo ancora in una fase di startup. Tutto quello che abbiamo fatto in Serie B, già in A non va più bene. Ogni volta che cambi categoria devi ripartire da zero e noi l’abbiamo fatto già tre volte. Il calcio è diverso da altri business, dove fai un investimento e poi calcoli gli anni in cui hai ritorno. Guardiamo il mercato, abbiamo investito tanto in tre sessioni. Ma già lo scorso gennaio è arrivato un solo giocatore. Quindi il livello di investimento si sta abbassando perché abbiamo già costruito le fondamenta. La proprietà guarda avanti cinque o sei anni. Perché le emozioni del singolo risultato rischiano poi di influenzare le decisioni e non va bene dal punto di vista della sostenibilità».
A proposito, in Europa ci sarà il fair play finanziario.
«Al momento siamo sotto di circa 75 milioni rispetto al tetto Uefa. C’è anche da dire che non esiste un case study come il nostro, cioè un club che nel giro di due anni è passato dal ritorno in A dopo oltre 20 anni ad arrivare in Europa. Però i ricavi stanno crescendo molto e questo ci fa pensare che in due o tre anni riusciremo a soddisfare i requisiti del financial fair play. Per le squadre che si affacciano in Europa per la prima volta o dopo tanto tempo, è concesso tale margine».
È vero che avete comprato il Como solo per girarvi documentari televisivi?
«Sì. Facevamo uno show sulle nazionali giovanili indonesiane con un grande share. All’inizio l’idea era di inserire i ragazzi nel calcio italiano. Ma quando il Como è stato promosso in C il livello tecnico era diventato insostenibile per loro e non rientravamo più nei costi. Ma abbiamo intravisto potenzialità di business sportivo».
Ci spieghi meglio.
«Ci proverò. Como è una piccola città con una squadra che ha trascorso 15 anni nelle serie minori, situata proprio accanto a giganti come Inter, Milan e Juve. All’inizio, la maggior parte della gente a Como tifava per quelle squadre. Quindi ci siamo chiesti come avremmo potuto costruire un’attività attorno a una piccola base di tifosi pur mantenendo una squadra competitiva. Ci siamo chiesti: “Per cosa è conosciuto Como, a parte il calcio? Per il lago, quindi costruiamo tutto attorno a quello”. Abbiamo 5 milioni di turisti che vengono per il lago ogni anno. Quindi ci siamo avventurati nel retail, nei prodotti di consumo come birra, abbigliamento, campi estivi, tour operator... e abbiamo investito nella creazione di una società per sviluppare merchandising basato sul lago di Como e non solo sul calcio del Como. E questo ha funzionato così bene che, al momento, le maglie del Como rappresentano solo il 40% dei nostri ricavi da merchandising. Ci rendiamo anche conto che la nostra divisione retail, con Rhude come brand partner, ci permette di crescere a livello globale più rapidamente di quanto il Como potrebbe fare da solo. Abbiamo quindi offerto questa partnership anche ad altre 11 squadre di calcio, in modo da poter aumentare i nostri ricavi anche attraverso le attività di altri club. Solo in questo modo possiamo diventare autosufficienti».
Lo stadio a che punto è?
«Abbiamo concluso la prima fase di documentazione. Ora dobbiamo ripresentare un progetto in base alle valutazioni della Soprintendenza. Sarà più efficiente dal punto di vista costi/benefici. È un po’ più piccolo, ma ci piacerebbe che ci fossero anche spazi per la comunità, utilizzabili tutto l’anno non solo dai turisti o i tifosi ma anche proprio dai residenti».
Per giocarvi già le coppe?
«Ci stiamo lavorando. La cosa principale sarà trasformare la struttura della curva da tubolare in permanente, come ci chiede la Uefa. E farlo entro la fine dell’estate. Poi adempiere a tutti gli altri requisiti».
Fabregas è l’attore protagonista di tutto questo. Se andrete in Europa l’anno prossimo, si vorrà godere ciò che è riuscito a fare?
«Cesc è un po’ come un CEO del settore calcio. Nelle grandi aziende non funziona che si chiede a un manager quando se ne vuole andare. Siamo felici che sia con noi ma sappiamo che nella vita può succedere di tutto. Ci godiamo il momento. Abbiamo creato un sistema per il quale pensiamo che un eventuale addio non vada a fare cascare tutto».
Anche Nico Paz resterà?
«La decisione spetta solo al Real Madrid. Noi non possiamo farci niente se non aspettare e agire di conseguenza. Saremo comunque felici per lui e cominceremo a lavorare per trovare un sostituto. Per ora sta benissimo qui, in questa grande famiglia».
La cosa che le piace di più del calcio italiano?
«La passione della gente».
Cosa ne pensa degli arbitri?
«Non mi lamento, sono parte del gioco. È un lavoro molto difficile, in cui si rischia di essere insultati, e quasi si fa fatica a comprendere come una persona possa scegliere di farlo».
Dove vede il Como fra cinque anni?
«Difficile per me ora guardare così in avanti. Mi piacerebbe che il club fosse autosostenibile. E che continui a dare felicità e anche opportunità a tante persone».











