La politica dei rinnovi del Milan ha una direzione. E sarà seguito anche dagli altri
Il Milan ha rinnovato il contratto di Mattia Gabbia. Un atto più semplice rispetto agli altri. Come quello di Donnarumma o di Calhanoglu nella scorsa stagione. Oppure di Kessie in questa. Ma anche di Alessio Romagnoli, capitano che in questo momento ha un contratto in scadenza a giugno 2022 e che, Ibrahimovic a parte, è il più pagato dell'intera rosa, arrivando a sfiorare quota sei milioni. Una situazione che per il Milan non è sostenibile, tanto che ci sarà un rinnovo alla metà rispetto a quanto guadagna ora, sempre che non vada direttamente a svuotare l'armadietto.
Il Milan ha tracciato un solco, giusto o sbagliato che sia. Probabilmente non esiste un tetto stipendi e se arrivasse un Haaland, oppure un Vlahovic, si possono fare delle pazzie. Ma non per un portiere, né per altri che sono sostituibili con altri e che, con un rinnovo, diventano praticamente invendibili. Kessie, se dovesse rinnovare, arriverebbe intorno agli otto milioni all'anno. Detto che sembra una situazione come quella di Vlahovic con la Fiorentina - con l'agente che non ha grandi rapporti (per usare un eufemismo) con il Milan - e che quindi non rinnoverebbe in nessun caso, dall'altro arrivare a certe cifre è controproducente perché nessun club può permettersi di alzare i contratti.
Questo ha una doppia valenza. Di fatto chiunque è nella rosa del Milan sa che non può arrivare a certe cifre, a meno che non si sia davanti a un mostro sacro del ruolo. Donnarumma lo era, ma un portiere fa così tanta differenza? Kessie e Calhanoglu sono ottimi giocatori e perderli a zero è un disastro , ma non vengono considerati come decisivi. Visto cosa è successo con Maignan, forse c'è la possibilità di cambiare. Certo, non tutte le ciambelle escono con il buco, ma altri club - come il Napoli, la Roma e la Lazio - sono destinati a seguire questa sorta di austerity. Che non significa non essere competitivi, ma farlo al giusto prezzo.











