Dallo spettacolo all'equilibrio, le tante facce del gioco. Non ne facciamo una questione ideologica
Il calcio non è una scienza esatta, ma il dibattito che lo circonda diventa sempre più rigido, quasi ideologico. Nel giro di pochi giorni siamo passati dallo 0-0 tra Milan e Juventus al 5-4 di Paris Saint-Germain-Bayern Monaco, fino all’1-1 di Atletico Madrid-Arsenal: dalla "noia" a uno spettacolo che quasi "disturba", fino alla "normalità", c'è sempre qualcosa che non va.
Il punto è che il calcio è sempre stato questo, ma forse siamo noi a non aver ancora deciso cosa vogliamo che diventi. Oggi è uno sport più veloce, più fisico, più esposto: ogni errore viene amplificato, ogni giocata esaltata all’istante. Non esistono più vie di mezzo, solo narrazioni estreme. Una partita con tanti gol non è automaticamente bella, così come una con pochi gol non è automaticamente noiosa. Ma nel calcio moderno il giudizio si è semplificato: spettacolo uguale gol, solidità uguale prudenza, equilibrio uguale mancanza di coraggio. Etichette rapide, spesso superficiali.
Consumismo eccessivo
L’evoluzione vera non è tattica, è percettiva. Guardiamo le partite con l’ansia di essere intrattenuti, non più con la curiosità di capirle. Il calcio è diventato consumo immediato, da commento live sui social; se non succede qualcosa ogni minuto, sembra che non succeda nulla. Eppure il gioco resta quello di sempre: imprevedibile, contraddittorio, a tratti persino illogico. Non possiamo pretendere che ogni partita sia memorabile, perché il calcio vive anche di attese, di tensioni che non esplodono, di episodi che maturano lentamente.
Chi cerca solo lo spettacolo resterà deluso da una gara chiusa a reti bianche. Chi è ossessionato dalla fase difensiva storcerà il naso davanti a nove gol. Forse la verità è più scomoda: siamo noi che dobbiamo imparare a guardarlo senza pretendere che sia qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato.










